Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@gmail.com

Psicologia della migrazione con Marica Livio

Dopo la proiezione, a marzo, del film Nuovomondo, riprende la serie di incontri Vite migranti, con la conferenza Noi e loro: identità e differenze, tenuta da Marica Livio, psicologa transculturale e organizzata dalla Caritas di San Fermo.
La relatrice, che si occupa di psicologia dei migranti dal 1988, ha consegnato al pubblico un triplice punto di vista: quello di chi migra, quello di coloro che accolgono e quello che andrebbe assunto per uscire da quell’emergenza migranti che ormai dura da trent’anni ed è tale solo di nome.

La migrazione è un evento di frattura impossibile da ricondurre a un paradigma e che prende varie sfumature e differenti esiti a seconda di diversi fattori, numerosi ma tutti importanti.
Di fronte a una scelta destabilizzante nei confronti del precedente sè, della comunità originaria e di quella di arrivo, l’individuo deve avere i mezzi personali per resistere e ricostruire la propria persona altrove. È dunque importante avere una base relazionale forte in patria, essere cresciuti con legami stabili e sani, ma bisogna anche avere la fortuna e la bravura di dotarsi di altre qualità utili durante il percorso: la capacità di socializzare, un apparato ideologico-religioso positivamente saldo e possibilmente la conoscenza di una lingua di scambio (francese o inglese soprattutto).
Gettate le fondamenta, è importante però strutturare un progetto migratorio chiaro, realista e passibile di ridimensionamento se le aspettative non rispecchiano la realtà in cui si approda. Proprio la società che accoglie è l’incognita finale dal punto di vista dell’integrazione; se esistono gruppi sociali in cui inserirsi e le politiche della nazione di arrivo sono favorevoli, l’insediamento nel nuovo mondo è più agevole rispetto a quando si è sottoposti all’esclusione e alla discriminazione e non ci sono tutele legislative e politiche.
L’io che si analizza parlando della migrazione, ha spiegato Marica Livio, è detto “io gruppale”; esso si sposta da una sovrastruttura culturale a un’altra, modificando il proprio sé in base agli impulsi nuovi e al retroterra derivante dalla propria patria.

Nel momento dell’arrivo nella nuova società, il migrante e coloro che lo accolgono sono soggetti a tre tipi possibili reazioni.
La prima è quella esotista, cioè il curioso interesse per il nuovo luogo in cui si è giunti o per il nuovo individuo che si affaccia al proprio gruppo sociale; in molti casi, e soprattutto nella nostra contemporaneità, la reazione è però scettica, diffidente, dubbiosa, spaventata dall’altro, dal nuovo di cui si era sentito parlare senza mai vederlo in faccia; la sintesi di questi due modi di porsi è quella critica, la mediazione che dovrebbe portare a un accordo sociale che soddisfi le esigenze di migrante e gruppo sociale ricevente senza minare l’identità culturale di nessuna delle due parti, in favore dell’integrazione.
Dato che quest’ultima fase pare ancora molto remota per l’Europa del 2018, bisogna considerare le ripercussioni dello scetticismo e del puro esotismo sul fenomeno migratorio.
Mentre gli effetti della diffidenza sono chiari e si concretizzano in emarginazione e annullamento dell’identità sociale dei migranti, che sono portati alla disgregazione di sè stessi pur di essere accettati come occidentali, anche l’esotismo ha portato grossi danni. L’esperienza del 2016, con migliaia di persone coinvolte alla stazione San Giovanni di Como, è stato esempio lampante della curiosità verso un ente altro finora sconosciuto: quello che resta dell’impegno di quei mesi è però ormai nelle mani di pochi volontari, che sono resistiti a una selezione naturale che ha allontanato dalla questione migranti comasca moltissime delle persone coinvolte due anni fa.
La stessa Italia, d’altronde, ha avuto vicende alterne rispetto all’accoglienza. Negli anni ’80, ha detto la psicologa, i migranti erano selezionati spesso dalle cariche più importanti dei villaggi d’origine per la partenza, e questi giovani volenterosi erano accolti come nuovi lavoratori.
Dal 1995 al 2000 circa si è assistito invece a una diminuzione delle migrazioni per lavoro in favore di ricongiungimenti famigliari e di una prima generazione di nati da genitori emigrati.
Dal 2010 non si può più parlare di migrazione per lavoro, e questo ha generato un circolo vizioso di respingimenti, conflitti nei paesi di provenienza dei flussi maggiori che a loro volta hanno generato nuovi movimenti resi ancora più traumatici, lunghi e incerti. Il concetto di migrazione positiva è ormai non più applicabile.

Delineata in generale la situazioni migratoria con i rischi a cui si espone l’individuo che sceglie di allontanarsi dal proprio Paese d’origine, Marica Livio ha parlato del lavoro degli operatori che accolgono i migranti.
Il metodo applicato è quello etnopsichiatrico, che si occupa dell’altro partendo dal suo retroterra ideologico, religioso e etico. Da queste sovrastrutture inerenti l’io gruppale, che consistono nello schema teologico e sovrannaturale, negli elementi fondamentali come la concezione di natura, società e relazioni, che si occupa di loro aiuta gli individui emigrati a ricostruire nel nuovo mondo il loro io gruppale.
Bisogna essere pronti a concezioni anche opposte a quelle che in Occidente sono ritenute normali, senza imporre la visione che appare giusta ma cercando di mediare tra le due realtà tra cui si deve orientare l’assistito.
Bisogna fare un passo di più rispetto a colui che si cerca di comprendere. Livio ritiene che questo dovere sia diretta conseguenza della superiorità culturale e di mezzi che l’Europa ha acquisito in secoli di colonialismo che hanno sfinito e ridotto alla soggezione i Paesi da cui ora provengono le correnti migratorie.
La seconda generazione di emigrati però presenta una forte differenza rispetto ai loro parenti: grazie ai mezzi di comunicazione globali, questi hanno una percezione del mondo verso cui si sposteranno distorta e fanno di tutto per essere pronti ad inserirvisi; questo processo di assimilazione è spesso spontaneo, ma non manca di essere sostenuto da una deculturizzazione che parte già nei villaggi di partenza. La tragica conseguenza di questo fenomeno è una perdita di saperi che conduce all’annullamento culturale e, minando le basi della persona, rende vulnerabili forzando all’integrazione.
Il problema della vulnerabilità, ha aggiunto in conclusione la psicologa, è incentivato dalle nazioni accoglienti: si richiede a chi ha bisogno di aiuto la narrazione di traumi pesanti, gli si impone la sofferenza, gli si fa ripercorrere ciò che c’è di orribile nel suo vissuto e lo si rende fragile e dunque più difficilmente inseribile nel quadro sociale.
In un dibattito politico sempre più silenzioso e impassibile di fronte alla situazione migratoria, insomma, nei confronti dei migranti non si fa che esigere vulnerabilità.

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Pietro Caresana dell’iniziativa.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Arci ecoinformazioni

Circolo Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@ gmail.com, www.ecoinformazioni.it. Registrazione Tribunale di Como n. 15/95 del 19.07.95. Direzione: Fabio Cani, Jlenia Luraschi, Andrea Rosso, Gianpaolo Rosso (responsabile). Proprietà della testata Associazione ecoinformazioni - Arci. Consiglio direttivo: Fabio Cani (presidente), Gianpaolo Rosso (vicepresidente), Jlenia Luraschi (tesoriera), Michele Donegana, Marisa Bacchin.

Benzoni gioielli Benzonibijoux

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: