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Stranieri, migranti: cittadini. Unione di popoli, tradizioni e culture in terra comense/ Coloni, barbari, invasori. Dalla fondazione di Como al domino austriaco

Inscription with dedication to deities, Detail of Celtic alphabet, from Prestino, Como province
L’iscrizione di Prestino in alfabeto leponzio, V sec.a.C.

«Solo l’anno scorso abbiamo ripreso a considerare Como una “città di migrazioni”; eppure la storia locale, e non solo locale, è segnata dagli spostamenti di popolazioni che si spostano in cerca di risorse, o di migliori condizioni di vita» Così Gerardo Monizza ha introdotto, nel pomeriggio di mercoledì 6 dicembre, Coloni, barbari, invasori. Dalla fondazione di Como al domino austriaco, primo di due incontri del ciclo Stranieri, migranti: cittadini. Unione di popoli, tradizioni e culture in terra comense (il  secondo è previsto per il pomeriggio di mercoledì 13 dicembre) condotti da Monizza e da Fabio Cani sul tema delle migrazioni a Como e organizzati da Auser università popolare all’Associazione Giosuè Carducci (via F. Cavallotti 7 a Como).

«”Migrazioni” (e “migranti”), “popolo”, civiltà, “cittadino”: sono tutti termini polivalenti, e perciò rischiosi – ha ammesso Cani – certo è che tutti questi concetti, comunque li si voglia interpretare, hanno caratterizzato l’intera storia umana, segnata da dinamismo e contaminazioni assai più che da staticità e isolamento». Qualsiasi città, compresa ovviamente Como, nasce con l’arrivo di persone in un luogo precedentemente deserto. “Quali” persone hanno raggiunto questo specifico luogo? Nella storiografia, esistono a riguardo due tesi prevalenti, l’una facente riferimento ai Liguri, l’altra ai Celti. Archeologia e toponomastica sembrano avvalorarle entrambe: è perciò plausibile supporre che si siano insediate qui entrambe queste popolazioni. Non meno rilevante è il rinvenimento di una moneta etrusca a Prestino (caso unico o comunque raro a nord del Po)  : la cultura di Golasecca trarrebbe così le proprie radici dall’incontro di almeno tre differenti civiltà antiche.

Benché, ora come allora, l’insediamento “comasco” sia piccolo e periferico rispetto ai grandi centri del potere, esso riuscirà comunque a imporsi come principale nucleo abitato di un’area relativamente vasta. Giunti sul luogo a partire dal II secolo a.C., i Romani si misurano infatti con una comunità già consolidata con la quale, nel 189 a.C., stipulano un trattato di federazione. Soprattutto con la fondazione cesariana di Novum Comum vanno moltiplicandosi i contatti tra la popolazione autoctona e i coloni romani, che arrivano a più fasi (prima “informalmente” e poi in via ufficiale, regolamentata dalla Lex vatinia de colonia Comum deducenda), in una fase in cui l’insediamento Comum Oppidum ha già conosciuto una relativa espansione. Contestualmente ai Romani si insediano circa 2000 coloni greci (o meglio greco-siculi), perlopiù nell’area di Coloniola.

In epoca romana, la popolazione comasca aumenta di 20 000 persone, raggiungendo e superando i 30 0000 abitanti nell’area della convalle. Avanza la “romanizzazione” dei territori compresi tra la Valtellina e la bassa comasca, benché in modo non omogeneo e con variabili livelli di conflittualità, che l’impero romano entrato in fase di crisi economica e militare faticherà sempre più a gestire. Le popolazioni “barbare” (il termine è di origine greca e si riferisce “al” loro modo di parlare, poco chiaro alle civiltà mediterranee), inizialmente cooptate dai Romani per controllare i confini dell’impero, finiscono con il prendere il sopravvento sui suoi territori. La narrativa “scolastica” che descrive i “barbari” come popolazioni belligeranti e predatrici è in buona misura inesatta: più spesso, le stesse popolazioni intendono attraversare la penisola italiana da nord verso sud – e addirittura fino all’Africa –  in cerca di risorse da sfruttare e non di insediamenti da invadere o popolazioni da sgominare; ad ogni modo, le relazioni con la sempre più amalgamata comunità sedentaria non saranno sempre pacifiche. Dalle cosiddette “invasioni barbariche”, Como è toccata soltanto marginalmente, perlomeno fino all’arrivo dei Longobardi che, a differenza di altre popolazioni germaniche, si stanzieranno permanentemente nella regione che da loro prenderà poi nome, lasciando tracce anche nella toponomastica lariana (Porta Sala, Pra’ Pasqué).
Il rapporto tra abitanti “nuovi” e “vecchi” (escludendo la definizione di “autoctoni”) è dunque spesso ambivalente (e tale ambivalenza include anche la persona dell’imperatore) . Le popolazioni germaniche sono perlopiù già cristianizzate al loro arrivo a sud delle Alpi («una vantaggiosa via di comunicazione, piuttosto che una frontiera» precisa Cani), ma di confessione ariana anziché cattolico-romana, alla quale poi si convertiranno (lasciando però testimonianze del proprio rito di origine: il battistero nell’area del vescovado era consacrato a San Michele, un santo guerriero, perciò caro ai Longobardi).

In epoca medievale, il baricentro della politica si sposta dal modello imperiale e centralizzato a quello cittadino (e poi comunale) e policentrico. È infatti in questa fase storica che trova più ampio sviluppo il binomio tra civitas [città come aggregato sociale compatto] e civilitas [civiltà]. La città identifica se stessa per contrasto, con le altre città e con il vertice del potere, i rapporti con i quali si fanno sempre più ambigui, e non di rado conflittuali (e tali tensioni assumono di frequente un carattere simbolico/simbologico, così come simbologica sarà la risoluzione la risoluzione delle stesse).
L’affermazione di un potere cittadino  permetterà a Como di rilanciare il proprio ruolo geopolitico, economico e culturale tra Medioevo e Rinascimento, richiamando stranieri e “forestieri”. Essi incontreranno un atteggiamento più o meno favorevole da parte della comunità, come dimostrato dai casi opposti dei mercanti tedeschi del XV e XVII secolo e della minuscola, ma assai malvista presenza ebraica, “importata” a fine Quattrocento dalla Lombardia sudorientale per interesse dei duchi milanesi  (diversamente, Como sarebbe stata priva di usurai) e costretta a reiterati trasferimenti sul territorio cittadino. Non da ultimo, almeno un caso di schiavitù a Como è stato accertato: all’inizio del XVII secolo, l’elenco delle proprietà della famiglia Della Porta annoverava “Emina”, una schiava turca. Legittimo supporre che non si trattasse di un caso isolato. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line su canale video di ecoinformazioni i video di Alida Franchi dell’iniziativa.

 

Informazioni su Alida Franchi

classe 1990, di Como, non sempre "a" Como. Mi interesso di arti e politica internazionale. Scrivo, fotografo e disegno.

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