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ecoinformazioni 581/ Nel labirinto della città (e delle elezioni)

Il 581 del settimanale ecoinformazioni si apre con l’editoriale di Fabio Cani Nel labirinto della città (e delle elezioni) che riportiamo integralmente nel seguito. 

Mancano ormai pochi, pochissimi giorni al voto per il rinnovo della carica di sindaco della città di Como e del consiglio comunale. In questi casi si usa dire che i giochi sono fatti, ormai, oppure in alternativa, ma anche in sequenza, che resta l’incognita “degli indecisi”.

Tutto secondo programma…

Ma qual è il programma? Questa campagna elettorale è apparsa profondamente diversa da quella precedente, da cui ci separano poi solo cinque anni. In questo lasso di tempo, la città non è cambiata molto (anzi, sicuramente meno di quanto sarebbe stato auspicabile – e lecito – aspettarsi), ma nonostante ciò si è determinato un forte cambiamento degli atteggiamenti.

Non abbiamo visto nella campagna elettorale ormai giunta al termine gli stessi segni di coinvolgimento, di partecipazione, a tratti persino di entusiasmo, che si erano visti cinque anni fa. Fin dall’inizio, verrebbe da dire; fin dal prologo delle primarie, che nella precedente occasione erano stato chieste e discusse in molti modi (chi si ricorda dello slogan che oggi ci appare quasi ingenuo «prima[rie]vere»?) e che in questa sono state poco più di un simulacro, vissuto con sussiegoso distacco. E non è solo questione del fatto che allora furono primarie di coalizione e in questo caso sono state primarie di partito (o poco più)… perché gli stessi aderenti al partito coinvolto non pare abbiano dato segni di particolare coinvolgimento.

Dunque, è proprio cambiato il pubblico. E lo si è visto anche negli incontri e nei dibattiti seguiti nel corso della campagna elettorale vera e propria, che sono stati non pochi e nemmeno privi di elementi interessanti. Ma sembra di poter dire che ad assistervi è stato un pubblico in qualche modo “professionalizzato” o, se si preferisce, “selezionato”. Al dibattito sulla salute gli esperti del settore, a quello sulla musica musicisti, musiciste e spettacolanti vari, a quello sull’urbanistica gli architetti (quasi nessun ingegnere, o geometra, per altro), a quello sui migranti la Bella Como e anche un po’ di quella brutta… Le poche persone transitanti dall’una all’altra occasione di confronto sono sembrate quelle obbligate per il loro ruolo: i gruppi ristretti di sostegno, e i manovali dell’informazione (in cui ovviamente è inevitabile ascrivere anche noi stessi).

Magari sbaglio, ma davvero mi sembra che a ridursi drasticamente sia stata la presenza della città. Quella che cinque anni fa si era espressa, fin da prima delle elezioni, mettendosi in gioco. E indiscutibilmente determinando un certo risultato…

Qual è l’esito di questa trasformazione, se non proprio antropologica, almeno fenomenologica della campagna elettorale recente sul dibattito e sulle questioni in campo?

La prima conseguenza che mi pare innegabile è che a orientare le valutazioni siano rimasti i professionisti. In bene e in male, si intende. Se, cinque anni fa, in ogni dibattito si poteva star sicuri che prima o poi si sarebbe alzata la “persona qualsiasi” («e quella chi l’ha invitata?» veniva da domandare) a dire la sua, a scombinare le carte, a proporre inediti sguardi, quest’anno tale eventualità è stata assai più remota. E la verifica dei programmi è proceduta quasi sempre sui binari della prevedibilità. Ma la cosa più grave è che i professionisti dei dibattiti, quelli patentati e validati, quelli che fanno le opinioni, hanno dato un’impronta ancora più riduttiva. E così si è girato quasi esclusivamente intorno alle “cose da fare” e “da disfare”, con una concretezza tutta ideologica che è già un indirizzo preciso, nella insistita rimozione del concetto di “progetto” e di “idea”.

Cosa vogliamo fare delle paratie? e della Ticosa? e del turismo? In bene e in male (più la seconda ipotesi, comunque), tutto ciò significa che non si discute (non si deve discutere) di ipotesi più generali, di valutazioni d’impatto (ambientale, culturale, sociale), di sostenibilità e reversibilità. Concetti, tutti questi, che si sono guadagnati piena legittimità in gran parte dell’orbe terracqueo, ma che evidentemente faticano ad acclimatarsi sulle sponde lariane, o almeno nelle teste dei maître-à-penser locali. E che solo in rari casi sono stati sollevati nei dibattiti elettorali; casi troppo rari tra chi dava le risposte (con isolate, lodevoli eccezioni), ma soprattutto e incredibilmente tra chi poneva le domande.

È tempo di fare, quindi. Senza star lì a farsi troppe domande. Esattamente come qualche anno fa era essenziale mettere mano alle paratie (senza troppo arrovellarsi se davvero servissero a qualcosa), oggi è importante rimuovere il cantiere, senza troppo domandarsi chi l’abbia davvero voluto, chi abbia evitato di sollevare le domande giuste al momento opportuno (chissà mai si scoprisse che gli ambienti che hanno sostenuto allora questo mastodontico e delirante progetto, sono proprio gli stessi che oggi ne chiedono la rimozione purchessia). Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, mettiamoci una bella pietra sopra, o magari una simpatica distesa di porfido.

Di specchietti con le cose da fare e da disfare se ne sono visti un po’, con tutte le loro belle caselle al posto giusto, e con le pagelline finali. Ma forse quelle caselle sarebbe il caso di rimescolarle, o quantomeno di connetterle con tanti bei flussi da una all’altra. Perché è così che funzionano le città e la società.

E forse sarebbe il caso di interrogarsi sulle regole di composizione e scomposizione di quegli specchietti (e di quelle cose da fare e da disfare). Perché è con le regole che si gioca gran parte delle partite, di quelle urbane come di quelle sportive. Ecco: le regole. Sono probabilmente loro la bestia nera che a molti piacerebbe far scomparire, o meglio rendere irriconoscibile (ve lo ricordate il “ministro alla semplificazione”? e avete delle idee sull’esito disastroso di quell’operazione?). Bisognerebbe saper discutere di tutto ciò, apertamente e serenamente, per poter delineare un quadro di riferimento per il futuro di questa città e del territorio coinvolto.

Non mi è parso, del resto, di aver mai sentito domandare qualcosa sul “destino” della città (ma mi sarò distratto, per carità: non tutti gli incontri erano propriamente avvincenti). Certo: si è molto discusso sui termini temporali (cinque – dieci – vent’anni? ma si noti che la Società Ingegneri Architetti della vicina Confederazione elvetica chiede di provare a ragionare per «Svizzera 2050»), ma sempre per fare (e, si intende, per disfare), quasi mai per riflettere. E – sia detto per inciso – la riflessione sul destino della città non è solo questione di urbanistica e di economia locale, ma anche di geopolitica globale (come le vicende di migrazioni e di frontiere dovrebbero averci insegnato, anche semplicemente dalla prospettiva che dalla stazione di San Giovanni guarda alla scalinata, poi al giardino e poi ancora alla città, cupola del Duomo compresa). Quando qualcuna delle persone coinvolte ha provato a introdurre un elemento di riflessione più generale, sinceramente ho sentito correre il fastidio tra la platea (è la sindrome dei “massimi sistemi” – non saremo mica ancora qui a discutere dei massimi sistemi?).

Personalmente non chiedo di “volare alto”, come qualcuno ogni tanto perora. I grandi progetti sono stati fatti, fin dai tempi antichi, senza necessità di troppi voli, anche quelli più creativi (e se si volesse richiamare un mito all’occorrenza, sarebbe di dubbia utilità: il volo di Icaro per sfuggire da un progetto “geniale” si infrange miseramente…). Si tratta di provare a ragionare, di partecipare all’elaborazione di un destino comune ma non unico per questa città, che sembra aver perso un ruolo.

Se il discorso sul futuro si esaurisce con la promozione del turismo, la supremazia del quale sembra essere data per scontata, le possibilità di governare i cambiamenti sono davvero ridotte al minimo (di nuovo: dove sono le regole, i criteri, i processi, le previsioni?…).

Di questo, con tutti gli annessi e i connessi, mi pare che in questi ultimi mesi si sia davvero discusso troppo poco.

Per finire, non vorrei essere frainteso.

Non sto ovviamente insinuando che i programmi politici e le candidature siano interscambiabili e, quindi, le elezioni inutili. Al contrario: tra i programmi ce ne sono alcuni apprezzabilissimi e alcuni pessimi; e, al loro interno, alcune proposte sono da valutare con estrema attenzione e altre da scartare immediatamente… Del resto, ho anche cercato di dare il mio (piccolissimo) contributo all’elaborazione di programmi e proposte.

Persino l’esito delle votazioni forse è meno scontato di quanto si vorrebbe credere.

Mi sarebbe però piaciuto che nel percorso di avvicinamento alle votazioni ci si fosse industriati di far emergere gli elementi di fondo delle varie proposte, invece che limitarsi alle pur complesse superfici.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Sfoglia on line il 581.

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 7 giugno 2017 da in ecoinformazioni con tag .

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