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Musei, sogni e realtà

Un giorno e mezzo (il 4 e il 5 maggio, in Pinacoteca, all’Accademia Galli e al Museo Giovio) di discussione e di ascolto sul futuro dei musei, con un occhio ai desideri e l’altro alle esigenze reali. Una prospettiva complessa (giustamente) ma anche a tratti pericolosamente confusiva quando non evidentemente contraddittoria. Così, a Como, si discute dei musei. Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti dell’iniziativa.

Del resto, che i lavori non sarebbero stati “stretti” sulla realtà era dichiarato degli organizzatori (l’assessorato alla Cultura del Comune di Como e il progetto Musaico) con sincerità fin dal titolo: Il museo che amo è un sogno, e quindi nei numerosi interventi si è sentito di tutto e di più: molte cose intelligenti, parecchie ovvie, alcune insensate e persino qualche sonora sciocchezza, indebitamente intercalata nel discutere di cultura e arte (come quella che “forse la democrazia è adatta solo alle società evolute”, nelle quali ovviamente non si può includere nemmeno quella italiana!).

Scivoloni a parte, l’elenco delle affermazioni di principio è lungo: nei due interventi introduttivi, di Francesco Paolo Campione e Fabio Fornasari, il museo è stato quindi definito come “luogo privilegiato dell’interazione tra l’opera e noi, della pausa e del riposo (cioè “della sedimentazione delle idee e della consapevolezza”); per arrivare a questo sono necessarie alcune condizioni di diverso tipo: “la politica” (poiché i musei sono contenitori di memoria), “la qualità delle collezioni”, “l’efficienza dell’organizzazione” (con un rapporto obbligato tra pubblico e privato), “la qualità del personale”, “gli obiettivi economici e gestionali”, la “visione culturale”. Poi ancora, in controtendenza, dall’altro relatore, il museo è interpretato come “rottura dell’unità spaziale”, come “soglia non chiusa”, come “luogo di produzione delle opere”.

Tutte cose per la maggior parte vere, ma che faticano a trovare la strada per diventare elementi di realizzazione dialettica (e non rigida) in situazioni un po’ meno scontate dei grandi musei, delle grandi città d’arte (o anche di musei medi ma con grandi budget). E allora quando si deve scendere dall’empireo ci si riferisce a un rapporto rigido tra territorio e identità (anche dai grandi esperti è difficile sentire qualche riflessione aggiornata sulle più recenti discussioni al riguardo, e l’identità è incredibilmente sempre un “patrimonio” fisso sepolto nel passato: delle “radici”, appunto, che non vanno da nessuna parte), senza nessuna riflessione sulla scala delle esigenze e delle possibilità (Como non è Firenze, proprio dal punto di vista della qualità e non solo della quantità, così come avere a disposizione 100 mila euro di budget invece di 1 milione non significa solo averne un decimo, cioè poter fare “meno” cose, ma significa proprio cambiare di segno). E quindi è difficile poter seguire i discorsi nel vivo della realtà cittadina, quasi sempre riportata in termini di generalizzazioni approssimate e di maniera. Del resto, il terzo intervento introduttivo della prima giornata si concentra sulla “comunicazione innovativa” o i “social media”, da cui si può apprendere che il vero salto di qualità è quello di comunicare “Uffizi galleries” all’inglese, così ci si apre a tutti (non posso negare che a tratti si rimpiange il vecchio sciovinismo francese capace di far fronte al computer con l’ordinateur).

Sembra solo una battuta, ma se nel ragionare su quali potrebbero essere gli elementi da “spendere” in una “comunicazione innovativa” si torna alla vecchia solfa del “romanico nato a Como” (cioè al mito dei maestri comacini) il dubbio che viene è che si faccia una caricatura del marketing a ruota libera senza preoccuparsi del fatto che ciò che viene promosso perché capace di “appeal” abbia o meno rapporti con la realtà (e, tra l’altro, non essendo capaci di vedere che nella complessità della realtà storica, cioè  – per restare all’esempio citato – nel fatto che il romanico è nato dalla dialettica di tutte le culture mediterranee ed europee, dall’Armenia all’Irlanda, sta proprio il suo elemento più moderno e coinvolgente). E se, dopo aver esaltato i nuovi spazi museali, aperti, flessibili, innovativi, ci si limita a dire che la sala di palazzo Giovio è bellissima, senza avere il coraggio di ragionare su quanto quella sala sia (non certo per sua colpa, visto che è nata come sala da musica di una famiglia nobile del Settecento) “inadatta” e malamente piegata a usi non propri, il rischio è quello che i sogni (ma anche le teorie) facciano da schermo alla comprensione della realtà.

Nel momento di “restituzione” finale del lavoro dei tavoli di venerdì mattina, sono messi in evidenza altri concetti, tutti condivisibili: l’importanza della progettualità e dell’esperienza, dell’accessibilità (in tutti i sensi), della dimensione educativa e interculturale, della vitalità e della novità. E poi ancora: la sostenibilità economica e sociale, la commistione (o contaminazione che dir si voglia) tra museo e città, lo story-telling e lo story-tooling (cioè, per chi non fosse aggiornato sulle ultime novità definitorie, l’uso della narrazione per costruire e non solo per raccontare), la coprogettazione tra pubblico e privato, le esigenze della tempistica, il rapporto tra residenti e turisti.

La sintesi estrema viene da quattro parole, tutte rette dal prefisso co- (di cui si rimarca una singolare assonanza con Co-mo, ma facendo finta di non sapere che quel co- di Como non c’entra nulla), e cioè: competenza, contenuti, coerenza, condivisioni.

È un programma di lavoro impegnativo e tutto da mettere a fuoco, ma va bene così.

Poi, forse cogliendo il rischio di tanto discutere di innovazioni ed economie, Fabio Fornasari – che nei due giorni di lavori si è un po’ assunto il ruolo di bastian contrario – ricorda a tutti che la memoria non si può “chiudere”, nemmeno se i musei sono vecchi e disastrati, nemmeno se sono quelli di Como.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti della restituzione dei lavori e quelli della candidata sindaca e dei candidati sindaci presenti all’iniziativa del 5 maggio al Museo Giovio.

 

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 6 maggio 2017 da in arte, como.

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