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Il lavoro a Como: intervista al segretario della Camera del Lavoro Giacomo Licata

In occasione del Primo Maggio, Festa del Lavoro, abbiamo intervistato Giacomo Licata, segretario della Camera territoriale del Lavoro di Como, per fare il punto della situazione del mondo del lavoro nel Comasco, con un occhio alle più ampie prospettive nazionali e globali.

Di lavoro si parla poco (anche noi lo facciamo troppo di rado…) e da ciò consegue una generale sottovalutazione dell’importanza di tali questioni, nonché l’incapacità di avere opinioni fondate.

Le risposte di Licata, esponente di un sindacato di fondamentale importanza, sono quindi da valutare con estrema attenzione.

 

È passato quasi un anno dalla tua elezione a segretario della Camera del Lavoro; del resto tu eri già impegnato nella struttura sindacale da parecchi anni; quindi: quale immagine dai complessivamente della situazione del lavoro in provincia di Como in questo periodo?

Ultimamente, quando mi propongono domande di questo tipo rischio di apparire ripetitivo nelle risposte, ma a mio avviso non c’è ancora sufficiente consapevolezza di quanto è avvenuto e sta avvenendo nel tessuto produttivo del territorio e delle conseguenze che questi cambiamenti comportano nel mercato del Lavoro.

Gli ultimi dati sul mercato del lavoro in provincia di Como confermano due cose:

1) nel 2016 c’è una leggera ripresa dei livelli occupazionali. All’aumento dell’occupazione si associa il contestuale calo del tasso di disoccupazione, che nel 2016 si attesta al 7,4%, un valore in linea con la media regionale.

2) Gli occupati aumentano nel terziario, in particolare commercio e strutture ricettive. Il manifatturiero conferma i segnali di incertezza che lo hanno caratterizzato in questi anni.

Il postulato che ne ricaviamo è l’affermazione di una nuova dimensione del Lavoro, più frammentato, più fragile, ma soprattutto più economico perché non è accompagnato da una crescita dell’ammontare complessivo delle retribuzioni percepite dai lavoratori dipendenti.

 

La percezione generica che la gente ha del “mondo del lavoro” (e che certa stampa tende ad accreditare) è quella di una realtà in declino, dal punto di vista tanto della sua rilevanza economica quanto da quello della salvaguardia dei diritti. Dal punto di osservazione sindacale, qual è la tua, la vostra analisi? Ti pare che ci siano segni di evoluzione?

Purtroppo devo confermare che quella percezione generica che descrive il Lavoro come realtà in declino è accreditata dai dati empirici che il ruolo che ricopro mi consente di osservare. Sono un fatto le tesi che politiche di governo ed establishment economico hanno voluto affermare in questi anni: “lavoro purché sia”, “per salvare i posti di lavoro occorre rinunciare alle tutele e ridurre i salari”. Questo schema ha messo in crisi il nostro modello sociale! Oggi siamo costretti a fare i conti con una nuova realtà: si può essere poveri anche lavorando.

La CGIL queste cose le denuncia da un po’ di anni, ormai. Siamo stati tra i primi a parlare delle conseguenze sociali che la crisi economica, ormai strutturale, lasciava emergere. Nel 2013 abbiamo proposto il Piano del Lavoro perché eravamo convinti, e lo siamo tuttora, che per combattere le disuguaglianze occorre rafforzare la cultura del Lavoro. Non ci ha mai convinto l’idea che è stata alla base del Jobs Act, per esempio, che occorre lasciar fare alle Imprese e lo Stato deve “limitarsi” a deregolare o come si dice adesso “disintermediare”. Crediamo invece che occorra un grande piano di investimenti, pubblici e privati, convogliati mediante un’azione di governo che ambisca a determinare nuove politiche industriali.

L’altra grande questione è quella dei Diritti. Tutte le nuove norme sul Lavoro sono andate nella direzione di comprimere le tutele e i diritti dei lavoratori, utilizzando la trovata che occorreva togliere diritti a chi ne aveva “troppi” per riequilibrare a favore dei giovani, il risultato che ne è conseguito è una compressione delle tutele che ha generato tra lavoratrici e lavoratori la percezione di uno stato di fragilità permanente.

L’elemento nuovo da segnalare è la vittoria ottenuta con i referendum popolari su voucher e appalti. Si tratta di una vittoria politica. Governo e Parlamento sono stati costretti a occuparsi di lavoro e decidono di accogliere le richieste sindacali per timore del voto popolare.

 

Anche il ruolo del sindacato, come interprete dei bisogni delle classi lavoratrici, è superficialmente dato per obsoleto, e visto quindi come rappresentante residuale dei diritti dei “garantiti” e ufficio supplente per l’esercizio di diritti di base che l’apparato statale non riesce a espletare (i CAAF, gli stranieri eccetera). Qualcuno ironizza sul “sindacato dei pensionati”…

Quali sono gli impegni, ma anche i sentimenti, dall’interno delle sedi sindacali?

Il sindacato ha accumulato dei ritardi nel comprendere i mutamenti che stavano avvenendo nel mercato del lavoro. Quel ritardo lo abbiamo pagato in termini di rappresentatività, evidentemente. Tuttavia, negli ultimi tempi credo ci sia un’inversione di tendenza testimoniata dal successo ottenuto con la battaglia referendaria oltre che con i numeri. Nel 2016, nelle sedi della CGIL di Como sono entrate 40.000 persone e registriamo positivamente una tenuta sul tesseramento. Credo che alla base di questi segnali ci sia stata la capacità del sindacato di indagare le ragioni profonde delle disuguaglianze che si andavano affermando. Mentre c’era chi ci accusava di essere un vecchio arnese del secolo scorso, noi abbiamo scelto di tornare alle origini, abbiamo elaborato la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, il nuovo Statuto dei lavoratori con la caratteristica dell’universalità. Diritti e Tutele uguali per tutti. I referendum a sostegno della lotta alla precarietà.

È vero che abbiamo scelto di investire nel sistema delle Tutele Individuali. Rispetto al tema della “rappresentanza”, siamo partiti da una riflessione: non sono diminuiti i bisogni, ma sono aumentate le solitudini. Dare rappresentanza collettiva alle solitudini è oggettivamente complicato ma attraverso la tutela individuale si può dare una risposta ai bisogni.

Dopodiché, mi pare opportuno ricordare che in un quadro difficile, comunque, il sindacato è riuscito a chiudere il rinnovo di contratti nazionali importanti. Penso al contratto del settore tessile, al legno, il contratto del comparto alimentare, il metalmeccanico. Pur nelle difficoltà dimostriamo che si può svolgere un ruolo di rappresentanza collettiva e si possono raggiungere risultati che migliorano le condizioni delle persone.

Piacerebbe a me porre una domanda, soprattutto a chi professa la disintermediazione: tra chi ha un contratto nazionale e chi lavora senza questa salvaguardia chi sta meglio? Chi ha il salario più alto? Chi ha maggiori tutele? La risposta a queste domande mi porta a sostenere che servono ancora grandi organizzazioni di rappresentanza a tutela di tutte le persone che lavorano.

Ma per dare forza alle Organizzazioni di Rappresentanza serve un impegno concreto a favore della partecipazione alla vita democratica. Occuparsi dei bisogni concreti e garantire la partecipazione delle persone ai processi decisionali, con questi elementi possiamo uscire dalla crisi di sistema e contrastare le forme di populismo annidate nella politica.

 

Il territorio comasco vantava fino a qualche anno fa una fama planetaria per alcune eccellenze manifatturiere (prime fra tutte quelle della filiera tessile-serica); questa fama resiste ancora, seppure un po’ affievolita. Quali sono i settori oggi trainanti nel territorio produttivo comasco-lariano? C’è qualche settore che vi appare destinato a una futura affermazione?

Como continua ad essere un’eccellenza manifatturiera, in particolare della filiera serica. È avvenuto anche a Como quello che succede dappertutto, la perdita di posti di lavoro a causa dei processi di riorganizzazione aziendale. Dobbiamo fare i conti con una novità dirompente: la produttività non è più direttamente proporzionale alla forza lavoro, questo ovviamente a causa della penetrazione costante dell’innovazione nei processi produttivi. Le aziende che hanno superato la crisi si riorganizzano e investono, ma temo non torneremo ai livelli occupazionali pre-crisi.

I settori del manifatturiero hanno perso 11.000 addetti tra il 2007 e il 2016. Però non sono diminuiti gli occupati in totale. Sono stati riassorbiti dal terziario, dal sistema dei servizi alla persona. Questi dati ci dicono che sta cambiano il tessuto produttivo e cambiano i lavori. Si afferma una vocazione turistica che in passato faceva da contorno a un territorio a forte trazione manifatturiera. Il tema adesso è accompagnare questi mutamenti con un modello di sviluppo. Perché è difficile immaginare di sostituire pezzi di occupazione manifatturiera con i lavoratori pagati con i voucher (battuta polemica in risposta alle associazioni datoriali che lamentano l’abolizione dei voucher per bar e ristoranti).

 

Del mondo del lavoro, in definitiva, si parla poco e male… C’è una qualche situazione, un qualche esempio nel nostro territorio, in negativo ma anche in positivo, che ti sembra valga la pena di portare in primo piano?

Non mi convince la narrazione a senso unico di certa stampa, che vuole propinarci la figura dell’imprenditore come eroe dei tempi moderni, rimuovendo completamente dal racconto coloro che contribuiscono a creare il valore dell’impresa, i lavoratori dipendenti. Se quel valore, tra l’altro, venisse redistribuito in modo equo ne guadagnerebbe l’economia del territorio.

Oltre la narrazione però c’è una realtà positiva, c’è un sistema impresa che in passato ha dato prova di saper comprendere che occorre investire nelle maestranze. Anche per la mia provenienza, credo che un esempio virtuoso sia rappresentato dalla storia di alcuni Istituti Scolastici, Setificio, Ripamonti, Magistri Cumacini. La storia di scuole dove governance pubblica, capacità di visione e investimenti privati si incontrano promovendo il tema della formazione. Occorre guardare e investire nella formazione come leva per far prevalere il lavoro di qualità.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 1 maggio 2017 da in Senza Categoria.

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