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Dove va l’islam italiano?

Alla luce dei recenti accordi siglati tra lo Stato e i rappresentanti delle Comunità islamiche in Italia, il 19 aprile alle in biblioteca Comunale, il tavolo interreligioso formatosi grazie al cammino intrapreso nelle passate edizioni di  Intrecci di popoli, ha organizzato l’ incontro di approfondimento sul tema Dove va l’Islam in Italia?

Ospite della serata è stato Alessandro Ferrari, docente di diritto Ecclesiastico dell’Università degli Studi dell’Insubria, e rappresentante della consulta di esperti che ha contribuito al Patto Nazionale per un Islam italiano.

Da dove nasce questo Patto?  Già nel settembre del 2005 fu istituita una Consulta per l’islam italiano. Essa fu costituita  presso il ministero dell’interno (quale dicastero preposto a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, diritti civili e confessioni religiose, cittadinanza, immigrazione e asilo) con funzioni di proposta e consultive. I compiti di ricerca e approfondimento attribuiti alla Consulta erano intesi a “favorire il dialogo istituzionale con le comunità musulmane d’Italia, migliorare la conoscenza delle problematiche di integrazione allo scopo di individuare le più adeguate soluzioni per un armonico inserimento delle comunità stesse nella società nazionale, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica”. La composizione non era elettiva ma di designazione ministeriale, tra persone di cultura e religione islamica, studiosi, esperti.  A causa di un deterioramento del ‘clima’ interno, anche a seguito di comunicazioni contraddittorie su alcuni quotidiani rese da una comunità musulmana, le aspettative intorno all’attività della Consulta scemarono. Da allora seguirono altri tentativi  da parte dei governi successivi ma la situazione di stallo non si modificò tanto che  durante il Governo Maroni si affrontarono solo problemi “concreti” sui quali focalizzare il dibattito politico e parlamentare. Tra i temi trattati, vi fu il velo femminile e la localizzazione dei luoghi di culto islamici. Costituitosi il governo Monti con al suo interno un ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione (suo titolare, Andrea Riccardi), fu decisa la costituzione di una Conferenza nazionale permanente “Religioni, cultura e integrazione”. Di questa erano chiamati a far parte (oltre ad esperti, studiosi, membri della società civile) esponenti di molteplici religioni, in un approccio inteso ad evitare ogni ‘eccezionalismo’ islamico nonché a ricomprendere, entro quell’ambito, anche la componente più radicale. La debolezza di questa Conferenza però stava nel fatto di non avere competenze specifiche ma solo favorire un’opera di dialogo.  Solo il 1 febbraio 2017 si arriva alla firma di un “Patto nazionale per un Islam italiano” siglato tra i rappresentanti della Associazioni delle Comunità islamiche e il Ministero dell’Interno.

I 20 impegni del Patto

Questo Patto ha come caratteristica l’assunzione di impegni bilaterali, cioè 10 impegni da parte delle Comunità islamiche e 10 impegni da parte dello Stato italiano. È preceduto da un cappello dove vengono richiamati gli articoli della Carta Costituzionale (-riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e richiedere “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2); – stabilire “l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art.3); – stabilire che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” e “hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (art. 8 ); – affermare che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19).

I dieci punti che chiamano in causa le comunità islamiche presenti nel nostro Paese si traducono in azioni concrete che riguardano:  contrasto dei fenomeni di radicalismo religioso; rendere pubblici nomi e recapiti di imam e guide religiose; promuovere la formazione di imam e guide religiose che, in considerazione del ruolo specifico e delicato che rivestono nelle comunità di riferimento, possano anche assumere il ruolo di efficaci mediatori per assicurare la piena attuazione dei principi civili di convivenza, laicità dello Stato, legalità, parità dei diritti tra uomo e donna, in un contesto caratterizzato dal pluralismo confessionale e culturale; trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti, ricevuti, dall’Italia o dall’estero, da destinare alla costruzione e alla gestione di moschee e luoghi di preghiera; adoperarsi concretamente affinché il sermone del venerdì sia svolto o tradotto in italiano.

Per quanto riguarda gli impegni governativi più significativi troviamo: favorire specifici percorsi volti a supportare le associazioni islamiche nella elaborazione di modelli statutari coerenti con l’ordinamento giuridico italiano anche ai fini di eventuali richieste di riconoscimento giuridico degli Enti come enti morali di culto (ex l. 1159/1929 e il R. D. 28 febbraio 1930, n. 289) da parte delle “Associazioni Islamiche” ovvero di istanze di riconoscimento dei ministri di culto islamici, ai sensi dell’art. 3 della legge 1159/1929; favorire l’organizzazione di corsi di formazione per i ministri di culto musulmani; estendere sul territorio l’esperienza, positivamente sperimentata in alcune aree, della costituzione dei “tavoli interreligiosi” all’interno dei Consigli territoriali per l’immigrazione delle Prefetture, in modo da offrire anche all’islam italiano uno spazio di confronto diretto con le Istituzioni locali; promuovere una conferenza con l’Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate e quindi di aree destinate all’apertura o alla costruzione di luoghi di culto nel rispetto delle normative in materia urbanistica di sicurezza igiene e sanità, dei principi costituzionali e delle linee guida europee in materia di libertà religiosa.

Luci e ombre del Patto

Questo Patto mostra luci e ombre. Un aspetto positivo è dato dalla presa d’atto da parte dello Stato Italiano del pluralismo musulmano, visto che il Patto è stato firmato da 9 Comunità. L’aspetto critico è invece determinato dal fatto che attualmente il riconoscimento di ente di culto, e quindi la sottostante libertà di culto, è normato da una legge del 1929, mai stata aggiornata. Finora nessuna comunità musulmana ha avuto questo riconoscimento. Iniziative legislative per una legge generale sulla libertà religiosa, d’altro canto, pur avviatesi non hanno mai concluso il loro iter parlamentare. Non esiste quindi attualmente  uno strumento giuridico che regoli effettivamente i rapporti tra lo Stato e le comunità islamiche , così come succede per altre confessioni religiose. Infine il Patto sembra seguire più un registro di tipo securitario che non il riconoscimento di un diritto, cosa che potrebbe frenare anche una riflessione culturale  di più ampio spessore. Il dibattito ha messo in luce anche altre criticità. Il Patto parla di “impegni” e non di doveri, quindi la sua realizzazione dipenderà molto dalla volontà che il Governo avrà nel rendere operativa questa Intesa e anche da quanto le comunità musulmane riusciranno a convivere con le differenze al loro interno. In merito alla sollecitazione a livello locale di costituire dei “tavoli interreligiosi” all’interno dei Consigli territoriali per l’immigrazione delle Prefetture, questo potrà avvenire solo se ci sarà una forte spinta da parte della società civile poiché per le Prefetture questo non è un tema ritenuto di  importanza prioritaria. Infine non esiste ancora una legge regionale per quanto riguarda la costruzione di luoghi di culto in quanto la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità di un articolo centrale della legge della Regione Lombardia sulla costruzione delle moschee e quindi attualmente c’è un vuoto normativo.

Nonostante questo quadro in alcune città italiane già vengono messe in atto delle buone pratiche, che si concretizzano in azioni di cittadinanza attiva con la  collaborazione tra le associazioni musulmane  i cui aderenti si propongono come cittadini e non come persone chiuse nella loro identità.

L’incontro ha messo in luce una situazione ancora molto complessa e in divenire. Quello che emerge è la necessità che si manifesti da parte di tutti una forte volontà politica e culturale in modo di favorire un reale percorso di integrazione. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

Un commento su “Dove va l’islam italiano?

  1. ecoinformazioni
    20 aprile 2017

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2017 da in Cultura con tag , .

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