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“Le vie della tratta” – 8 marzo contro il traffico di esseri umani

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In occasione della Giornata internazionale della donna, la sala conferenze della Biblioteca comunale di Como ha ospitato, il pomeriggio di mercoledì 8 marzo, il convegno Le vie della tratta. Dai paesi d’origine alle nostre strade, promosso da Adgi – Associazione donne giuriste Italia, Asgi – Associazione studi giuridici sull’immigrazione, e dalla cooperativa Lotta contro l’emarginazione ,con la collaborazione del comune di Como. Ha svolto il ruolo di moderatore Michele Luppi, giornalista de Il settimanale della diocesi di Como e curatore del blog Europa&Africa. 

Ha aperto l’incontro Silvia Magni, vicesindaca di Como e assessora per le pari opportunità, sottolineando l’importanza di fare il punto della condizione femminile, considerandone i miglioramenti e le criticità. Dalle istituzioni e dalla società provengono alcuni segnali confortanti in questo senso, come l’aumento e la sempre maggior propositività delle iscritte a Adgi, osserva Federica Peraboni, avvocata e presidente della sezione comasca dell’associazione, invitando i presenti a unirsi al percorso tematico proposto dalle rappresentanti locali di Nonunadimeno e ricordando la connotazione fondamentale della data dell’otto marzo: non una festa come la si presenta nella cultura di massa, ma una giornata in cui ricordare e rinnovare l’impegno delle donne nel raggiungere – e mantenere – l’uguaglianza sociale rispetto alla parte maschile della società. Le prime grandi manifestazioni a favore di questa causa cominciarono circa un secolo fa negli ambienti operai, e soltanto in seguito (1977) una risoluzione Onu riconobbe l’8 marzo come Giornata internazionale delle donne. Nel 2017, tuttavia, l’oggettizzazione e le discriminazione ai danni di donne e bambine sono ancora una realtà incresciosa e diffusa in tutto il mondo: urge perciò destare consapevolezza del fenomeno per poterlo contrastare in modo efficace e definitivo.

21 milioni: tante sono le persone che ogni anno restano coinvolte nella tratta internazionale di esseri umani, una plurima violazione dei diritti umani che, rammenta Luppi, coinvolge praticamente tutti i paesi del mondo. Il trafficking, peraltro, rappresenta il terzo giro d’affari della criminalità organizzata globale dopo il mercato della droga e quello delle armi.
Secondo la definizione data dal protocollo di Palermo, si parla di trafficking quando una persona è costretta a entrare, con la forza, con l’inganno o con altri mezzi, in un circuito di attività illegali che includono accattonaggio, microcriminalità, lo spaccio di generi illegali, la servitù domestica e, soprattutto, lo sfruttamento sessuale, che coinvolge soprattutto donne e bambine. queste, infatti, rappresentano circa il 70% delle vittime di trafficking nel mondo.

Solitamente, il traffico di esseri umani comporta il dislocamento delle persone sfruttate: questo spiega le frequenti sovrapposizioni con l’attività dello smuggling, regolata da un ulteriore protocollo di Palermo, che consiste, nello specifico, nel trasferimento illegale di una persona da uno stato all’altro. Entrambi i fenomeni, inoltre, sono strettamente connessi ai movimenti migratori, di cui concorrono a determinare le dinamiche e dai quali sono, contemporaneamente, influenzati. Nei paesi d’origine e transito così c0me in quelli in arrivo, le reti criminali sono in grado di sfruttare le falle del sistema giuridico e dei controlli di frontiera per muovere le persone secondo i propri interessi, le tendenze dei mercati e gli sviluppi geopolitici del momento. Ed è spesso sullo status non-legale e sull’isolamento dei migranti che fanno leva i trafficanti per prendere il controllo su ulteriore forza lavoro, come avviene nei frequenti casi di caporalato nel settore agricolo su cui i fatti di Rignano Garganico hanno riportato l’attenzione negli ultimi giorni. Prendere in considerazione solo le forme più diffuse o più “vicine” di traffico e di sfruttamento rischia tuttavia di fare perdere di vista le dimensioni e la complessità del fenomeno a livello globale, rendendo ancora più difficile la presa di consapevolezza – personale, sociale e politica – e dunque l’adozione di contromisure adeguate.

Anna Brambilla, avvocata Asgi, ricorda che le vittime di trafficking e di smuggling sono protette, come tali, dall’ordinamento giuridico internazionale e italiano: un provvedimento decisivo a livello nazionale, per esempio, è rappresentato dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione [d. lgs. 286/98], volto a tutelare le vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo e di accattonaggio; nel 2012 è stato introdotto nel codice penale il reato di caporalato che resta, però, una realtà diffusa e di fatto favorita dai costanti approdi sulle coste dell’Italia meridionale.
Sussistono alcune gravi lacune nella protezione delle vittime di trafficking: alcune categorie, specie quelle meno “visibili” come nel caso dei servi e delle serve domestiche, rimangono privi di sufficiente tutela giuridica; diverse forme di violenza (spesso legate al genere) non sono contrastate, le forme di protezione esistenti non sono applicate in modo efficace, o restano subordinate all’atto della denuncia da parte della persona sfruttata, che spesso sceglie di mentire o rifiuta di collaborare, o che addirittura potrebbe non essere cosciente del proprio status di “vittima”. Proprio sulle ragioni delle false testimonianze e delle omissioni urge condurre indagini approfondite, da cui procedere alla ricostruzione delle effettive dinamiche della tratta (avvantaggiata rispetto alla legge da una struttura decisamente più flessibile e da una presenza capillare). E se distinguere tra traffico di esseri umani e smuggling non è sempre facile, essendo le due attività spesso combinate tra di loro, le persone introdotte illegalmente nel territorio di uno stato estero senza essere (comprovate) vittime di trafficking appaiono sottotutelate rispetto a comportamenti violenti: lo smuggling in senso stretto non è necessariamente legato alla coercizione da parte di soggetti terzi; interpretazioni restrittive del concetto portano spesso a considerarlo come una scelta deliberata, benché illegale, della persona trasferita. Paradossalmente, mentre una più agevole mobilità internazionale interromperebbe la dipendenza dei migranti da “passatori” spesso implicati in reti di criminalità organizzata, il recente discorso politico europeo appare orientato in senso opposto, sostenendo la prevenzione di migrazioni la cui non-legalità è vista come una minaccia alla sicurezza interna e non come una conseguenza inevitabile del blocco delle frontiere. Questo, peraltro, determina l’unicità e la complessità della situazione a Como, dove i e le migranti portano vissuti e intenzioni diverse  – alcuni sperano di ottenere il ricongiungimento familiare, altri sono stati allontanati da altri centri d’accoglienza o respinti al confine svizzero (l’estate scorsa si è arrivati a 600 respingimenti in un mese, tra cui 450 minori). I regolamenti di Dublino e l’ambigua applicazione degli stessi), i trasferimenti interni verso il sud Italia e gli accordi di riammissione/rimpatrio con paesi a rischio contribuiscono a rendere lo scenario ancora più cupo.

Le difficoltà legate all’identificazione e all’assistenza delle vittime della tratta sono state confermate da Tiziana Bianchini, responsabile dell’area tratta di Rete contro l’emarginazione, specie per quanto riguarda le donne. Come già detto, esse costituiscono la maggior parte della forza lavoro del mercato del sesso, il principale giro di affari nel contesto del traffico di esseri umani, nel quale si verificano frequenti abusi a cui, peraltro, si possono aggiungere traumi subiti durante il percorso migratorio: e questa è una situazione praticamente sistematica sulla rotta libica.
Parte dell’offerta di prostituzione avviene sulle strade, quindi in un luogo pubblico e visibile, in altri casi, essa si verifica in spazi privati, rendendo l’intervento più difficoltoso. Come avviene nel caso del caporalato, le vittime di altri tipi di sfruttamento (non soltanto sessuale) possono essere cooptate in partenza, in transito o anche all’arrivo, e non è raro che ciò avvenga proprio nelle strutture di accoglienza. Soprattutto per le migranti di sesso femminile (che sono spesso responsabili del mantenimento familiare) una piena autonomia appare quasi impossibile da raggiungere e da mantenere: private dell’accesso al mercato di lavoro “regolare”, saranno facilmente assimilate dal mercato sessuale o da quello della servitù domestica.
In generale, la diffidenza delle persone sfruttate e la loro dipendenza dagli sfruttatori, spesso i loro unici riferimenti in una realtà estranea, crea spesso una forte resistenza di queste persone rispetto all’assistenza giuridica, linguistica e psicologica a cui, consapevolmente o meno, avrebbero diritto. Bianchini riferisce che sono spesso gli ospedali a segnalare possibili casi di trafficking subito dai e dalle pazienti, mentre nell’appartamento per donne gestito da Rete contro l’emarginazione sono frequenti i ricambi tra le persone ospitate, che spesso cercano di recuperare i contatti con la propria rete di riferimento. Con questa consapevolezza, si cerca di informare tempestivamente le nuove arrivate circa i propri diritti e le proprie opportunità, rimanendo in contatto con la Prefettura.

Per offrire un’assistenza efficace alle persone coinvolte dalle attività di trafficking, è indispensabile conoscerne approfonditamente la cultura di riferimento, anziché cercare di inquadrarle in definizioni e standard eurocentrici e trarre giudizi di conseguenza: è quanto ha affermato Marica Livio, psicologa transculturale. Infatti, l’approccio individuale della psicologia occidentale può rivelarsi inefficace se la persona sente di condividere la propria identità con un gruppo.  Livio ha portato l’esempio delle donne nigeriane coinvolte nella tratta della prostituzione (che provengono perlopiù dallo stato di Edo): prima di partire, esse partecipano a un rituale nel corso del cui si legano, per contratto e per giuramento, ai loro sfruttatori e alle proprie compagne. Lo sfruttamento della spiritualità nel condizionamento queste persone crea in loro un senso di dipendenza e di lealtà, rafforzato dall’intervento nel paese di arrivo di organizzazioni di culto che, oltre a promettere loro arricchimento, forniscono una necessaria alternativa al completo isolamento (mentre altre associazioni religiose agiscono in buona fede, aiutando le donne a emanciparsi).

Per le donne e le ragazze avviate alla prostituzione, la trasferta assume un valore più radicale di quello della semplice dislocazione. Abbandonando paese e famiglia per raggiungere una realtà sconosciuta, esse subiscono una vera e propria trasformazione identitaria, che comporta spesso eventi traumatici a livello psichico e fisico. Questi traumi sono profondamente interiorizzati, ma possono essere rivelati da comportamenti che, nei casi più gravi, possono assumere connotazioni ossessive, o portare la persona a rifiutare l’aiuto che le viene offerto. Una psicoterapia che ignori il patrimonio culturale e morale delle persone a cui è rivolta rischia di sortire effetti controproducenti, a cui concorrono una burocrazia lenta e opprimente, una stigmatizzazione sociale di attività come la prostituzione e – ha aggiunto Brambilla – un’analisi poco approfondita delle testimonianze in contesto giudiziario, che possono portare le autorità a fare affidamento su versione dei fatti molto diverse dalla realtà.

Di fatto, volontà e misure d’intervento non mancano: ogni anno, in Italia, si riesce a liberare tra le 800 e le 1000 persone dal circuito dello sfruttamento, e il sistema di protezione regolamentato dall’Art. 18 del Testo unico sull’immigrazione si dimostra, ad oggi, il migliore nell’Unione europea. Tuttavia, tali interventi rimangono circoscritti e spesso male applicati. La combinazione tra l’operato psicoterapeutico e quello giuridico si risolvono spesso in un gioco a somma zero o perfino in perdita, e il pure inevitabile atteggiamento di resistenza dei migranti e delle vittime della tratta impedisce di fatto di contrastare la stessa ragion d’essere delle migrazioni, della tratta (quali che siano le finalità) e della mobilità extra-legale. Di questo sono responsabili anche le scelte degli stati e quelle dei consumatori, hanno sottolineato Michele Luppi e gli avvocati Giuseppe Monti e Laura Arculeo, intervenuti dal pubblico: è impensabile contrastare efficacemente i detti fenomeni senza ri-orientare le proprie scelte e affinare la propria conoscenza degli stessi, diffidando di informazioni parziali o distorte che, si rammarica Monti, rappresentano ormai più la regola che l’eccezione. Non meno importante è riconoscere la specificità (etno-culturale, linguistica, psicologica e anche sessuale, in senso lato) delle persone su cui intervenire in senso assistenziale, aspetto su cui né il circuito dell’accoglienza, né l’intervento giudiziario nel loro insieme non insistono abbastanza. Mancare di riconoscere tale diversità e di agire di conseguenza rischia di perpetuare la considerazione di questi individui come di “merce” illegale e potenzialmente pericolosa, da espellere o, quantomeno, da nascondere. Compito delle strutture di accoglienza, però, non è quello di togliere i loro ospiti alla vista, ma di esercitare pressione perché possano inserirsi e ricevere l’assistenza a cui hanno effettivamente diritto. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Alida Franchi dell’iniziativa.

 

 

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Informazioni su Alida Franchi

classe 1990, di Como, non sempre "a" Como. Mi interesso di arti e politica internazionale. Scrivo, fotografo e disegno.

Un commento su ““Le vie della tratta” – 8 marzo contro il traffico di esseri umani

  1. ecoinformazioni
    9 marzo 2017

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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