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Un’altra parte del mondo

cirrifeltrinelliUna sala piena, molte  persone in piedi,  alla Feltrinelli di Como il 4 marzo pomeriggio, alla presentazione del libro Un’altra parte del mondo [Feltrinelli, Milano 2016, pagg. 347,  18 euro] con Massimo Cirri, l’autore, la parlamentare del Pd Chiara Braga, la presidente della Fondazione Avvenire Rosangela Arrighi e Gianfranco Giudice. Il libro narra la vicenda umana di Aldo, figlio di Palmiro Togliatti. È una storia di solitudine, timidezza e “gentile follia” che, a differenza d i quella di un padre così famoso, ricordato come “il Migliore”, non ha lasciato memoria.

È una storia di sofferenza mentale, narrata da Massimo Cirri con grande delicatezza e rispetto, con lo sforzo di mettersi dal punto di vista di Aldo, del suo sguardo, ponendosi domande alle quali forse lui ha cercato di dare risposte. Nella presentazione si parte dal titolo “Un’altra parte del mondo”. La biografia è vissuta in una grande stagione della storia europea, quando i comunisti pensavano al mondo come un altro mondo possibile, ma qui si parla anche del mondo di Aldo, nato nel 1925 e morto nel 2011 dopo un ricovero durato 31 anni nella clinica psichiatrica di Villa Igea a Modena: 1608 lunedì, martedì, …,  domeniche.

Da dove è nata l’idea? Lo spiega bene Ermanno Rea nella pagina introduttiva: «La verità è che siamo tutti dei perdenti. E poi detesto coloro che vincono. Tra questi ultimi ci sono troppi sopraffattori, mascalzoni, corrotti. Le persone sensibili e gentili, magari dotate di un’intelligenza fragile, sono quasi sempre destinate a essere sopraffatte. Con chi mi dovrei schierare?».

Massimo Cirri spiega che questa storia era diventata per lui quasi un’ossessione, da quando l’11 luglio del 2011 sentì l’annuncio della morte di Aldo, in una clinica psichiatrica, all’età di 86 anni. All’inizio non gli sembrava vera. Le vicende di ricoveri così lunghi appartenevano ormai al secolo passato e quindi volle controllare. Era vero. Nel mondo negli ultimi 30 anni erano avvenuti cambiamenti continui e Aldo li aveva vissuti tutti in quel luogo. Da qui il desiderio di ricostruire la sua storia, come riscatto della sua sofferenza.

Aldo era figlio di Palmiro Togliatti e Rita Montagnana. Anche la madre fu una donna straordinaria. Era stata una delle madri costituenti, che però, a differenza di altre, non scriverà mai nulla della sua vita. Era una tranquilla militante comunista. Il 14 febbraio 1946, in una riunione dell’UDI di Roma, in cui si stava organizzando il festeggiamento del primo 8 marzo del dopoguerra, Rita sostenne che tutte le battaglie si vincono anche con i simboli. Era quindi importante trovare un simbolo per le donne e propose la mimosa, fiore che ancora oggi viene regalato l’8 marzo. Non solo i genitori di Aldo erano così importanti. Uno zio, Mario Montagnana, era nella costituente e  trai fondatori dell’Arci. La nuova compagna del padre, Nilde Iotti, era una madre costituente. Aldo, che fino al 1945 era vissuto in Unione Sovietica, torna in Italia all’età di 20 anni su richiesta dei genitori, ma contro voglia. Non conosce niente del suo Paese. Circondato da persone che avevano un ruolo di primo piano, lui portava dentro tutta la sua inquietudine, un senso di spaesamento, seguito dal tentativo fallito di continuare gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro.

Tra la fine del 1936 e l’inizio del 1937 Aldo arriva al collegio di Ivanovo, vicino Mosca,  dove starà per due anni, collegio destinato ai figli dei dirigenti di tutti i partiti comunisti del mondo che in quel periodo erano perseguitati, incarcerati e uccisi. Non fu un’esperienza facile. Dal libro «Ivanovo è anche un posto di orfani. Tocca tenerlo presente ed è questa una dimensione che complica le cose. Perché succederà che tu, ragazzino, a volte qui ci stai male e soffri come un cane e ti senti abbandonato perché i tuoi genitori non sono venuti a trovarti…E pensi- e lo penserà anche Aldo Togliatti – a che cosa diavolo avranno di più importante da fare i tuoi genitori invece di venire da te! E ti arrabbi e piangi. Ma è meglio senza farti vedere. Perché non sta bene  e perché sai benissimo che ci sono anche gli altri: quelli che i loro genitori non verranno mai. Perché non ci sono più». In quel periodo i genitori erano impegnati nella guerra civile spagnola e ritornarono solo dopo due anni.

Ma Aldo era in Russia anche negli anni della seconda guerra mondiale, quando stava accadendo uno dei “macelli” più grandi della storia: 28 milioni di morti russi, la maggior parte giovani. Pochissimi ragazzi della sua età si salvarono e lui, che non aveva partecipato alla guerra, si sentiva un sopravvissuto. L’unico vivo della sua classe e si chiede perché.

Con questo vissuto torna in Italia dove emerge il rapporto difficile con il padre. Aldo era intelligentissimo, colto, preparato ma, secondo le parole di Palmiro: «ha terrore degli altri, una paura che non passa e che cerca di chiudere dentro».  Non riesce a trovare la sua strada, ad essere se stesso. Per i padri della patria era difficile essere anche padri dei propri figli. Molti leader di allora non riuscirono a mettere insieme militanza,

intesa come motivazione profonda ma totalizzante e la vita privata con le sue contraddizioni.  Ma Palmiro Togliatti ha sempre vissuto il rapporto con il figlio come un dramma e fu il rimpianto per le cure che non aveva potuto dare ad Aldo che lo cambiò moltissimo nel rapporto con la figlia adottiva Marisa.
In seguito al manifestarsi del disagio psichico «un ritiro dal mondo da parte di Aldo che mite e silenzioso si chiude sempre più in se stesso», viene curato in Bulgaria, in Urss, in Italia e la diagnosi fu di schizofrenia autistica, una malattia molto grave  che comporta una chiusura totale dal mondo.

Aldo sta sempre con la madre. Vivono a Torino e quando li si vede camminare insieme, lui è sempre tre passi avanti a lei. Questa era la distanza maggiore che riusciva a prendere dalla madre. Nel 1964 sarà al funerale del padre. «Li avete presenti i funerali di Togliatti? Io c’ero, in seconda fila, con la mamma. E’ l’ultima volta che mi avete visto». Infatti alla morte di lei l’equilibrio di Aldo si fa ancora più precario, scappa e lo ritrovano prima a Civitavecchia, poi a Le Havre dove dice che voleva imbarcarsi per l’America. Viene riportato a casa e più tardi lo ritroviamo a Villa Igea. Qui è un paziente mite, sempre elegante. Si muove leggero nei passi e nei modi, silenzioso con gli altri, parla da solo.

Per molto tempo, e ancora oggi, si fa fatica a parlare di Aldo Togliatti. Spesso il suo corpo è stato strumento di comunicazione del centro destra contro suo padre. Nel libro Massimo Cirri si pone molte domande, mai giudizi morali. Alla domanda alla madre di un’altra figlia che era nel collegio di Ivanovo con Aldo: «Come hai potuto farlo?» la sola risposta possibile fu «Che altro avrei potuto fare?»

Così l’autore sta accanto ad Aldo come ad un fratello sconfitto, un fratello «che ci chiama a contemplare i grandi disegni del mondo dal suo restare sempre silenziosamente indietro. E questo indietro si illumina e ci fa eredi e testimoni». [ Mnuela Serrentino, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 5 marzo 2017 da in Cultura, libri con tag , , .

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