Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@gmail.com

Michelini/ Orizzonti senza luce al centro come in periferia

michelinilucaIl Paese, al centro come in periferia, è totalmente privo di bussola. Si tratta delle macerie ancora ingombranti della fine della Prima Repubblica. La seconda Repubblica, a destra come a sinistra, si è sviluppata su una logica opportunistica che cercava di cavalcare la globalizzazione liberistica. imperante, senza badare alle strutture portanti che caratterizzano il nostro Paese.

Quando è arrivata la crisi economico-finanziaria, quando l’Europa ha conosciuto di nuovo il sorgere di antagonismi nazionali, fomentati in primis dalla Germania e dalla Francia e dalla Gran Bretagna, quando le diseguaglianze e la deindustrializzazione hanno fatto sentire il loro morso profondo, le classi dirigenti italiane hanno scientemente rifiutato di comprendere i meccanismi profondi che sottendono il divenire del mondo attuale. E stanno badando solo al loro proprio destino di classi politiche, più o meno privilegiate, rinunciando a guidare il Paese, a dirigerlo.

E, come c’era da aspettarsi, sono le destre estreme ad essersi prima di altre accorte (in Europa, non certo in Italia) di quanto stava accadendo e sarà a loro che le varie stratificazioni sociali di cui si compone la borghesia “territoriale” (perché c’è anche quella “cosmopolita”, che segue altre logiche) faranno riferimento, cercando l’appoggio dei ceti che via via si sono proletarizzati e, soprattutto, sotto-proletarizzati. L’Italia, in questo scenario, se andrà bene conoscerà un nuovo periodo di “rivoluzione passiva”, altrimenti si ridurrà sempre più a paese colonizzato, spartito tra Germania e Francia sul piano economico-finanziario, rimanendo base militare indispensabile per gli USA.

Ascoltare Bersani in direzione del PD che rimpiange i tempi in cui la contrapposizione era tra la destra liberista e la sinistra “liberalizzatrice” fa venire i brividi, perché offre l’idea precisa del modus operandi della dirigenza ex-comunista: capace di autoriprodursi come cetualità politica, cambiando orizzonti sociali e politiche economiche al mutar dei tempi; che ora vorrebbero un ripiegamento sui problemi sociali (diseguaglianze in primis) per evitare l’ascesa della destra. Come se di queste diseguaglianze (che sono numerose) non fosse causa anche lo stesso PD “liberalizzatore”. E come se il governo Renzi, e Renzi stesso, non fosse la conseguenza logica, inevitabile, di un certo modo di intendere la politica, le istituzioni, la dialettica democratica, la vita economica e sociale della nazione. Ancora sentiamo, purtroppo, come i propositi di cambiamento della legge elettorale mirano, anche dalla cd. sinistra, alla “governabilità”: che rimane sempre intesa in quanto formula politico-elettorale (leggi: premio di maggioranza), e quindi sempre come governo politico-economico di una minoranza, e mai come blocco economico-sociale su cui poggiarsi, e quindi come maggioranza sociale su cui costruire le intese di governo. Sta a vedere che il PD resusciti il premio di coalizione, così che sarà in grado di resuscitare ancora un volta (perché lo ha già fatto) la destra berlusconiana. Il proporzionale suscita terrore: è il terrore di dover finalmente promuovere politiche economiche volte all’interesse generale; è il terrore di confrontarsi sui programmi; è il terrore di ascoltare cosa propone il Movimento 5 stelle; è il terrore che questo movimento elabori per davvero un programma di governo; è il terrore di disarticolare per davvero, e quindi sul piano sociale, la destra del Paese (o non vogliamo ricordarci che la Lega ha una base popolare?).

L’errore principale di Renzi, del resto, è stato quello di non voler comprendere che oltre alla cetualità politica e alle istituzioni (al limite, e comunque secondo linee che certo non erano quelle da lui definite nella riforma della Costituzione) bisognava cambiare, alla radice, l’orizzonte metodologico e politico, riproponendo, ma profondamente rinnovato, un nuovo organico patto tra Stato e mercato. Ritagliando per il primo un nuovo, inevitabile, ruolo da protagonista. Basti guardare cosa (non) ha fatto il suo governo sul “caso Taranto”, sul “caso Montepaschi” (per non parlare di Unicredit) o quanto ha concepito per le Poste, che alcuni anelano a voler regalare alla speculazione finanziaria, insieme a gran parte del risparmio nazionale; o quanto ha fatto per la RAI (ora si chiamano “riforme” le politiche di controllo); per non parlare del Jobs act, che ha realizzato i sogni della destra liberista, che ormai è riuscita ad annidarsi, permeandone la cultura e la prassi, in cittadelle un tempo presidio di civiltà, come la cooperazione.

Come non comprendere che la ripresa della domanda – e lo dico ai leghisti, oggi tra i più sensibili, almeno a parole, a questo tema – non può che venire da un massiccio programma di investimenti pubblici, da calibrare non a pioggia (ma anche questa opzione andrebbe vagliata con cura) ma in modo mirato in alcuni settori strategici per l’economia? E tra questi settori, sarò provocatorio, ci metto l’istruzione pubblica di ogni grado.

Certo: quelli di Renzi non sono errori, si dirà; è una strategia precisa. In parte è indubbio, ma propendo a dare più importanza ai sommovimenti delle strutture rispetto a quelli delle sovrastrutture: credo che un nuovo patto tra Stato e mercato, che potrebbe nascere dalle emergenze dettate dalla logica delle cose, avrebbe nella vecchia dirigenza PD il ceto politico meno adatto e meno credibile di tutti i ceti possibili: e basti vedere le politiche promosse dal ministro Padoan, che si erge a paladino dell’antistatalismo (un termine caro ai liberisti ulrà, quelli da sempre minoranza nel Paese e nel mondo). O vogliamo dimenticarci che la svendita e la distruzione del nostro apparato produttivo pubblico è stata opera loro? O vogliamo dimenticarci che l’europeismo soltanto economico e monetario, che l’idea che i vincoli esterni dovessero costituire il motore per la destrutturazione di quanto si era conquistato in termini di civiltà nel corso della Prima Repubblica, è stata opera loro?

Renzi spinge alla scissione, non c’è dubbio. Ma mi permetto di dubitare, visti anche i risultati sul campo (e il “caso Taranto” è ancora paradigmatico), che le cetualità uscite da Sel (per non parlare di quelle di Rifondazione!) abbiano la capacità di essere coprotagonisti di un disegno realmente neo-riformatore. Forse Pisapia rappresenta per davvero un cambio di passo? Forse possono rappresentarlo presidenti di regione come Rossi (che parla e scrive di “Rivoluzione socialista”) ed Emiliano? Certo è che la sveglia è suonata assai tardi; in ogni modo, staremo a vedere (perfino fiduciosi) il metodo e il merito.

Di Berlusconi ci si è dimenticati: sta subendo una scalata, e ci è toccato sentire, dalla solita destra berlusconiana, che Mediaset è un’industria strategica sul piano nazionale e quindi va protetta! Come se alla protezione politica non dovesse tutta la sua fortuna. E perché non proteggere anche altre aziende strategiche per il paese? No, queste le abbiamo regalate, prima ai privati e poi agli stranieri, salvo poi accorgersi che una televisione (che controlla, non certo per virtù imprenditoriali, anche gran parte dell’editoria) accorpata ad una grande aziende telefonica può costituire un tema di interesse pubblico. Renzi ha avuto cura massima nel proporre riforme costituzionali ove del conflitto d’interesse nemmeno vi fosse un cenno. Non aver risolto il conflitto d’interesse significa, ora, non avere gli strumenti più adatti per risolvere un problema reale. Proteggere “l’italianità” di un’azienda significa nientemeno che salvaguardare un pezzo del Parlamento italiano. Ma non è chi non veda che ora il partito di Berlusconi è ricattabile quanto non mai, visto che è nelle mani del governo la possibilità di salvare “l’azienda di famiglia”. Oggi, dunque, si preparano le possibili alleanze del futuro: e del resto, la riforma Gelmini, quella volta a distruggere il sistema universitario italiano, ha forse conosciuto un contro-riforma? Il problema italiano rimane, dunque, intatto: mentre la definizione di una nuova forma di intervento pubblico è messa (o meglio: dovrebbe essere messa) all’ordine dal giorno dall’incalzare delle cose, abbiamo un intero schieramento, quello della destra, che fa perno sul conflitto d’interessi, così che ad un nuovo Stato-imprenditore potrebbe far seguito un Imprenditore-Stato. Oppure potremmo trovarci nel prossimo Parlamento una delegazione di amministratori d’azienda francesi; magari attenti alle direttive di uno Stato centralizzato diverso da quello che conosciamo, vista l’ascesa della Le Pen. Benvenuti nel mondo in cui la fantapolitica è sempre un passo indietro alla realtà. [Luca Michelini, ecoinformazioni]

Questo articolo è la seconda parte con l’analisi della situazione nazionale dell’analisi di Luca Michelini. Leggi anche la prima parte.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 16 febbraio 2017 da in Senza Categoria.

Arci ecoinformazioni

Circolo Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@ gmail.com, www.ecoinformazioni.it. Registrazione Tribunale di Como n. 15/95 del 19.07.95. Direzione: Fabio Cani, Jlenia Luraschi, Andrea Rosso, Gianpaolo Rosso (responsabile). Proprietà della testata Associazione ecoinformazioni - Arci. Consiglio direttivo: Fabio Cani (presidente), Gianpaolo Rosso (vicepresidente), Jlenia Luraschi (tesoriera), Michele Donegana, Marisa Bacchin.

Ecoattivi

Sostengono ecoinformazioni

Benzoni gioielli Benzonibijoux

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: