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ecoinformazioni 562

562Il numero 562 del settimanale ecoinformazioni si apre con il contributo di Fabio Cani all’iniziativa del 4 febbraio La prossima Como – Capire la città. La sezione Como foto social club con le immagini di Enzo Mangalaviti è dedicata a Piazza Gobetti: «Vorrebbe essere piazza. Ma è sempre stato un cupo e inospitale spazio di aiuole spelacchiate sotto le palme asfittiche, con la sua inutile fontana di cemento senz’acqua. Negli anni, molte polemiche: drogati, writing, telecamere. Che strano: una piazza-incubo produce incubi».

7 misure per un  progetto di città

«Io mi arrestai per contemplare a bell’agio il piacente spettacolo. Dall’altezza di quei poggi un ampio golfo io dominava ove stedesi la lunata cittade al Lario amica e l’elegante borgo di Vico, non che una parte del lago che di tante adorne ville ha sparse entrambe le rive. Chiuso è quest’ampio seno all’intorno da scoscese balze, su cui sorgono le torri del medio evo, ma più da ridentissimi colli, ricchi di tutti i doni di Bacco e del continuo interrotti da villaggi pittorescamente situati sul lor dorso, da campanile che da lunge fermano lo sguardo, e da biancheggianti casini d’ogni forma e d’ogni maniera.»

 

Quest’amena descrizione è datata 1821 e si trova tra le prime righe del Viaggio al Lago di Como di Davide Bertolotti, uno dei testi che hanno fondato la fortuna turistica – per così dire – di Como e del Lario. Era forse già un po’ velata dal mito quasi duecento anni fa. Di tutto quanto descritto, temo che gli unici elementi ancora oggi caratterizzanti siano quei «casini d’ogni forma e d’ogni maniera», ma ahimé in un’accezione radicalmente diversa da quella del povero Bertolotti.

Eppure, questa visione continua a farci schermo e noi continuiamo a ragionare come se il centro del problema fosse quell’«amena città», facendo finta di non sapere che invece l’amenità è ormai un elemento marginale anche nel turismo. E soprattutto facendo finta di non sapere che la dimensione dei problemi (e quindi anche la dimensione delle ipotizzabili soluzioni) è ben diversa e tutt’altro che stabile.

Propongo quindi alcune possibile “misure” dei problemi con cui– credo – ci dobbiamo inevitabilmente confrontare.

Se nel primo incontro di La prossima Como avevo proposto 7 punti, questa volta vi propongo 7 misure, o 7 linee, se si preferisce, a parafrasare uno dei testi che hanno fondato la modernità: Punto, linea, superficie di Wasily Kandinsky, tanto per stare alti…

Ovviamente, per ragioni di brevità, le poche righe di commento a ognuna di queste linee sono da intendere come semplici suggestioni, non certo come analisi.

Timbuctù > Como

È per me la dimensione della globalizzazione dei problemi, piuttosto che di quella dei profitti.

Se non vogliamo continuare a scambiare flussi costanti per emergenze, è su questa scala che dobbiamo ragionare: «dalla periferia del mondo a quella di una città», come dice il cantautore.

Se pensare globalmente e agire localmente ha un senso, questo è il piano su cui si deve misurare tale nostra capacità: dobbiamo essere capaci di immaginare risposte concrete che guardano a questa dimensione, avendo coscienza che di fronte a questa distanza le nostre sono davvero piccolezze

Milano > Como

È la dimensione dello squilibrio ravvicinato.

Può significare che il confronto si regge utilizzando la leva della qualità rispetto alla quantità: se la qualità della vita a Como è uguale (o peggiore) a quella della metropoli, tanto vale stare al centro e non al margine.

Il confronto si regge anche con un ragionamento di prossimità, in vista della possibilità di affrontare i problemi con quella partecipazione che la dimensione “media” della provincia consente e che invece si scontra nella metropoli con la lunga catena delle mediazioni inevitabili.

Lugano > Como

È la dimensione di una frattura “media”.

La frontiera esiste, ne abbiamo avuta la prova con la vicenda dei migranti, ma potevamo arrivarci anche prima e anche da soli se solo non fossimo stati così distratti.

La vicinanza di un’altra nazione ci dovrebbe interrogare sulla dimensione transnazionale (non solo dei capitali, ma anche della cultura, del lavoro).

E poi: sarà mai possibile competere con l’offerta culturale di Lugano-Mendrisio-Chiasso senza mettere sul tavolo quei 4-500 milioni di euro indispensabili? (si noti che il concorso a premi “vinci la capitale della cultura” metteva in palio al massimo un quattrocentesimo di quella cifra!)

e dunque perché non provare a progettare un sistema integrato?

(E il discorso di potrebbe ripetere anche su altri piani.)

 

Sorico (o Colico, se preferite) > Como

Il lago esiste ancora (come realtà territoriale, intendo)?

Se sì, il capoluogo non può chiamarsi fuori, le questioni della percorribilità non possono essere tirate da una parte e dall’altra per coprire le esigenze sconnesse di pezzi del territorio.

E poi: vogliamo provare a rifare globalmente il ragionamento sulla divisione territoriale? non è che approfondendo l’analisi l’annosa questione Como-Lecco si scoprirebbe del tutto superata?

Lipomo > Como

Serve una “grande Como” come la città metropolitana a Milano o la grande Lugano? (Sempre al di là della frontiera si sta ragionando a fondo sulla questione delle aggregazioni, di qui molto meno.)

Invece di inventare nuovi comuni dai nomi sempre più favolistici (Colverde, La valletta briantea eccetera) non è che si può pensare a una distribuzione, a una gerarchia di funzioni diffuse?

Camnago Volta > Como

In effetti vista in questa prospettiva di avvicinamento, Como non è poi tanto cambiata da quel 1821 in cui Davide Bertolotti si metteva in cammino accompagnato da « un contadinello» che gli portava «il fardelletto» (noblesse oblige).

Interi pezzi del territorio comunale non riescono ad essere nemmeno periferia (nel senso di un margine) sono già oltre il guscio scenografico del Truman Show locale, in cui bene o male tutti recitiamo il nostro ruolo: si accorpano le scuole, si chiudono i centri civici, non si spazzano le strade, si riducono i mezzi pubblici…

Palazzo Cernezzi > Como

Lo ammetto, tutto il discorso sulle distanze rischia di infrangersi quando lo si guardi in prospettiva rovesciata…

Già, perché una volta superato il portone di Palazzo Cernezzi, sembra di stare su un altro pianeta.

E allora non dobbiamo dimenticare che ogni distanza è anche una misura del tempo e che proprio la qualità fondamentale di ogni progetto che voglia misurarsi con le distanze (ovvero con gli spazi e con i tempi) è la plasmabilità. «Più lento, più profondo, più dolce» era l’invito di Alexander Langer, che dovremmo sempre tenere presente.

Siamo in ritardo, come sempre, lo so, ma correre a vanvera non serve a nulla.

È questo l’augurio che faccio al lavoro di La prossima Como.

[Fabio Cani, ecoinformazioni, intervento introduttivo all’iniziativa Prossima Como – Capire la città de 4 febbraio 2017]

Sfoglia on line ecoinformazioni 562.

 

http://fr.calameo.com/read/00019253192ab054adb18

 

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Questa voce è stata pubblicata il 7 febbraio 2017 da in ecoinformazioni con tag , .

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