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Marcia della Pace/ Dall’Astra a San Giovanni

como-marciapace-2017-06Il pomeriggio del 29 gennaio, giornata della pace a Como, organizzata da Caritas Como, Como senza frontiere, Coordinamento comasco per la Pace, La vela dell’arca, parrocchia di Rebbio, Scout Agesci Cantù, Social Giovio e patrocinata dal Comune di Como, comincia con un incontro al cinema Astra.

Michele Luppi, giornalista, che ha il compito di coordinare gli interventi, nella sua breve introduzione, di fronte a un pubblico non troppo numeroso (e formato in gran parte da scout), ha esplicitato il richiamo alla pace come scelta concreta di vita e quindi il ruolo centrale di una politica di pace anche rispetto a problemi che sembrano apparentemente lontani dalle vicende belliche, e che invece sono non solo direttamente dipendenti da guerre e soprusi, ma anche gestiti con metodi che hanno alla radice atteggiamenti violenti. Come ulteriore rafforzamento di questo impegno a legare idealità e quotidianità, i primi due interventi sono dedicati al racconto delle esperienze vissute in prima persona da chi ha dovuto abbandonare il proprio paese per approdare a Como. Meral Ildizli, giovane originaria della Turchia, in Italia dal 2004, ed Evangeline Ambal, proveniente dalle Filippine, in Italia dall’inizio degli anni Novanta, hanno riassunto con molta intensità la loro vicenda, le difficoltà che hanno dovuto affrontare e anche i risultati a cui sono giunte; centrale è apparsa la riflessione di Meral, che si è descritta come “in mezzo”, cioè non del tutto appartenente al paese d’origine e nemmeno a quello di residenze, e quindi – proprio per questo – in posizione favorevole per promuovere il dialogo tra le diverse culture.

L’intervento successivo di Laura Beltrami, del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti, è apparso eccessivamente semplificatorio e sostanzialmente volto a sostituire i buoni sentimenti all’azione politica. A partire da un assunto del tutto condivisibile riguardo alla centralità del conflitto (inteso come una modalità di confronto tra diversità senza false mediazioni e del tutto distinto dalla violenza e quindi dalla guerra), l’articolazione del discorso è apparsa assai carente, con l’utilizzo insistito della fuorviante metafora del conflitto come lite tra bambini (cosa che evidentemente non ha nessun rapporto con la realtà dei conflitti, soprattutto di quelli a dimensione sociale) fino al giochino finale dell’animale da scegliere per verificare il proprio atteggiamento (modello assai discutibile di simbolizzazione dei comportamenti, in cui comunque, anche a voler stare al gioco, tra un “delfino” e una “tartaruga”, mancava di sicuro uno “struzzo”…).

Estremamente concreto ed efficace, invece, l’intervento finale di Edda Pando, della rete Milano senza frontiere, che ha sintetizzato la realtà dei problemi migratori con un’attenzione particolare alle cause (e alle false spiegazioni avanzate da chi cerca di giustificare la situazione attuale). Senza mezzi termini, ha spiegato come le migliaia di vittime che negli ultimi anni si sono contate sulle vie migratorie e in particolare nel Mediterraneo sono l’esito delle politiche dell’Unione Europea e degli Stati che le hanno adottate, un esito che a nessun titolo può essere ritenuto involontario o casuale, ma di cui invece si deve ricercare la radice in una persistente logica colonialista, non diversa da quella dei secoli scorsi. Intorno a queste politiche di chiusura e di morte, inoltre, continua a gravare un velo di colpevole ipocrisia e disinformazione, visto che si fa finta di non sapere che l’introduzione dei visti obbligatori per l’ingresso in Europa è fatto relativamente recente (e quindi nient’affatto “inevitabile”) e che le limitazioni ai movimenti migratori nei paesi d’origine sono direttamente “comandate” dai paesi europei e gestite in loco con metodi inumani sui quali si rinuncia a operare qualsiasi controllo. Le molte morti di migranti sono quindi da considerare vere e proprie “scomparse forzate”, non diverse dal dramma dei desaparecidos nelle dittature più violente. Per questo, Milano senza frontiere, insieme ad altre realtà, nazionali, locali e internazionali (anche Como senza frontiere, tra le altre, ha aderito), si è fatta promotrice di azioni volte a dare un’identità precisa alle persone scomparse, perché nessuno possa più considerarle alla stregua di meri numeri.

Un intervento, quello di Edda Pando, che avrebbe sicuramente meritato una platea più vasta e forse anche un uditorio un po’ meno assuefatto all’assistenzialismo e al disimpegno di stampo cattolico dall’azione politica.

A seguire, si è formata la vera e propria marcia che da via Milano, attraverso il centro città (e la folla dello struscio domenicale, non particolarmente insofferente, ma nemmeno troppo colpita), è arrivata fino a via Garibaldi, dove una simbolica barriera ha ricordato i problemi tuttora pressanti dell’accoglienza ai migranti, e poi alla scalinata della stazione di Como San Giovanni, dove la grande bandiera della pace con i colori dell’arcobaleno è stata posta, accompagnata dai suoni dell’orchestra di Musica Spiccia, sul luogo dove per molte settimane i migranti sono stati bloccati senza che venissero riconosciuti i loro diritti.

Un gesto a suo modo significativo, anche se – purtroppo – di scarso effetto concreto. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Guarda  le foto di Fabio Cani della manifestazione.

Guarda la galleria delle foto di Gianpaolo Rosso.

Guarda sul canale di ecoinformazioni i video dell’iniziativa.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 30 gennaio 2017 da in Pace con tag .

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