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Cultura/ Emilio Terragni racconta la fortuna di essere architetto nell’Italia democratica

Emilio Terragni, nato nel 1929, laureato in architettura nel 1955, in un incontro all’Ordine degli Architetti di fronte a una platea di colleghi, molti dei quali giovani, racconta la sua formazione e gli inizi della sua carriera.

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Lo fa adottando una chiave particolare, arrivando alla professione attraverso l’ideale. Esordisce infatti affermando che la caratteristica fondamentale della sua generazione è quella di aver incontrato la fortuna. E’ una caratteristica che la distingue sia dalla generazione dei padri che da quella dei figli: e la fortuna è precisamente quella di aver potuto esercitare il proprio mestiere, in modo libero e consapevole. La generazione precedente, infatti, è quella che è arrivata a consegnare il testimone stremata, poiché si è trovata a dover esercitare non il mestiere dell’architettura, ma quello delle armi, in una lunga serie di guerre, fino all’ultima, quella civile contro il fascismo. Emilio Terragni cita molti esempi, a partire dall’illustre suo zio, Giuseppe Terragni, travolto dalla tragica esperienza della campagna di Russia; cita Cesare Cattaneo, morto giovane di malattia durante la guerra; cita Banfi e Pagano, uccisi dalla detenzione nei campi di concentramento; ricorda poi anche i molti tornati dalla prigionia, debilitati nel fisico, ma determinati a lavorare per ricostruire un orizzonte di libertà e di benessere.

Si dice poi, però, più fortunato anche della generazione seguente, che ha dovuto confrontarsi con la trasformazione radicale (e la messa in discussione) di un mondo che sembrava solido e che invece era fragile, che ha dovuto confrontarsi con la crisi di una scuola e di una università non più in grado di consegnare un sapere e un mestiere al passo con le esigenze della contemporaneità. Invece, si capisce chiaramente che considera la sua formazione frutto di un processo adeguato, sia rispetto alle esigenze personali che a quelle sociali, in una prospettiva di futuro che appariva effettivamente abbordabile.

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Al centro di questo processo formativo mette il lavoro di gruppo, di cui rintraccia la genealogia nella pratica dei razionalisti (basti pensare al progetto del gruppo CM8 per il piano regolatore di Como) ma soprattutto nella didattica del Movimento Moderno, incontrata nella scuola estiva dei CIAM a Venezia nel 1953: una straordinaria esperienza vissuta a contatto con maestri dell’importanza di Albini, Gardella, Rogers, Belgiojoso, alle prese con ipotesi di riprogettazione del sistema espositivo dei padiglioni nei Giardini della Biennale. Racconta quindi del progetto del suo gruppo, per un ampliamento leggero (smontabile e trasportabile) di quei padiglioni, evidenziando quale fosse il principio ideale di quel lavoro giovanile: il rapporto tra complessità strutturale e complessità funzionale, con lo sforzo di trovare un equilibrio in grado di garantire il massimo della seconda con il minimo della prima.

Non diversamente ritiene fondativo il primo impegno di lavoro “vero”, nel campo dell’edilizia residenziale pubblica (economico-popolare, come si usa dire), nell’ambito di quella gigantesca impresa che furono i piani Ina-Casa, vero cuore della ricostruzione post-bellica, non solo in termini fisici (c’era da ricostruire un patrimonio edilizio devastato dai bombardamenti e dalle battaglie della guerra) ma anche in termini ideali (perché quel reintegro edilizio si compì con la più grande operazione di coinvolgimento di tutti i ceti della popolazione – maestranze, imprenditori, apparati dello Stato – per dare occupazione e, soprattutto, dignità al lavoro). Gli Istituti Autonomi Case Popolari, che furono, a Como come altrove, i motori operativi di quello sforzo, accolsero al proprio interno, per i propri uffici tecnici, molti giovani professionisti che si confrontarono operativamente con una delle più grandi sfide dell’Italia contemporanea, mettendo a punto soluzioni, per la maggior parte, di grande interesse e qualità.

È, quello di Emilio Terragni, un racconto in buona parte inedito, oltre che lucido e accalorato, e come tale accolto con grande interesse e partecipazione da tutte le persone presenti.

ordinearchitetti-2017gen20-lorenzacerutti-mrLorenza Ceruti che ha coordinato l’incontro

Ma il vero colpo di teatro, Emilio Terragni lo gioca in risposta alla domanda posta da Lorenza Ceruti – esponente di quella generazione successiva già menzionata, e collaboratrice subito dopo la laurea dello studio Terragni. Una domanda solo apparentemente scontata e innocua: “qual è il suo architetto preferito?”. L’architetto risponde prendendola alla larga: non si possono certo citare gli antichi, come Ictino e Callicrate, autori di quel Partenone che pure non è opera da dimenticare, non si possono certo citare i più recenti, perché suonerebbe troppo presuntuoso mettersi in scia con qualche maestro contemporaneo (Giuseppe Terragni e Le Corbusier potevano essere i nomi più attesi dalla platea…). La scelta cade quindi su Thomas Jefferson, architetto dell’indipendenza americana, ideatore della prima Costituzione moderna e padre di un’Università di cui ha progettato non solo gli edifici ma anche l’impianto istituzionale e didattico. È la scelta di un’architettura impegnata e attuale, politica nel senso più alto del termine, cioè nell’unico significato accettabile. È la scelta di una vita. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune architetture progettate da Emilio Terragni sono incluse nelle schede di XXCO:

050 – Villa-darsena a Torno

362 – Quartiere di Sagnino a Como

275 – Quartiere di Breccia-Prestino a Como

259 – Mini hotel Baradello a Como-Camerlata

135 – Edificio per residenze e uffici in via Volta a Como

310 – Edifici per residenze in via Palestro a Como

337 – ITIS Magistri Cumacini a Como

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22 gennaio 2017 da in como, Cultura, Senza Categoria con tag , , .

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