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“La buona scuola” che non paga | Presidio in centro a Como contro l’alternanza scuola-lavoro

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Si è aperto poco dopo le 15 di sabato 21 gennaio, all’incrocio tra via Indipendenza e via Vittorio Emanuele, il presidio organizzato da Unione degli Studenti, Giovani Comunisti e Prc/Se Como per protestare contro “La buona scuola”, nome con cui è più noto il ddl 107. Varato nel luglio 2015, tale provvedimento dà il via alla cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”: studenti di scuola superiore, a partire dai 16 anni di età, sono chiamati a svolgere periodi obbligatori di apprendistato non retribuito (200 ore per i licei, 400 per gli istituti tecnici e professionali) presso aziende convenzionate. Tra esse, grandi e famosi (o famigerati) brand come Zara, Eni, Coop, Fiat-Chrysler e McDonald’s che da sola, come deliberato lo scorso ottobre, accoglierà diecimila alunni di scuola superiore, di cui 160 sul territorio di Como e provincia.

Appare in una certa misura contraddittorio che alla preparazione scolastica “tradizionale” siano associate attività di questo tipo. Non tanto per l’unione della “formazione sul campo” alla teoria, connubio che è rimasto a lungo inapplicato dall’istruzione superiore liceale italiana,  tradizionalmente basata su un’istruzione quasi esclusivamente “accademica”. Piuttosto, la problematicità dell’alternanza scuola-lavoro sta nella scarsa, o nulla, pertinenza degli apprendistati con il percorso di studi scelto dallo o dalla studente, se non perfino nella contraddizione latente di lavorare per aziende mosse dallo sfruttamento di forza lavoro delocalizzata e a buon mercato, o dalla distribuzione di cibo potenzialmente nocivo per la salute (processato, peraltro, a scapito di un notevole impatto ambientale). Niente da obiettare se uno studente di liceo scientifico ricevesse una formazione tecnica di laboratorio, o se un iscritto a ragioneria collaborasse con uno studio di commercialisti. Non è altrettanto chiaro come servire hamburger e patatine tutto il dì possa rivelarsi altrettanto formativo, lasciando stare il fattore motivazionale, in un paese il cui tasso di abbandono scolastico e universitario precoce si attestava nel 2015 a poco meno del 15%, rispetto a una media europea dell’11%, come riportato da uno studio della Commissione europea reso noto lo scorso novembre.

Lavorare (gratis, cosa che non tutti sanno o credono) per una grande multinazionale “fa curriculum” a costo di mettere da parte la conoscenza acquisita per un vantaggio che, anche a volerlo definire reciproco, certamente non è simmetrico. Stefano Rognoni (Giovani comunisti) fa notare che la presenza di manodopera studentesca non pagata nel personale esercita una pressione verso il basso rispetto al costo del lavoro: sapendo di poter essere sostituiti in ogni momento da un(a) giovane apprendista, i dipendenti sono così dissuasi dal domandare un aumento salariale, o un miglioramento degli standard lavorativi.

Cui prodest, insomma? Ragazze e ragazzi mobilitati gratuitamente da marchi il cui fatturato annuale può raggiungere cifre in dollari (o euro) a nove zeri? Gli istituti scolastici, che sacrificano opportunità di formazione critica e consapevole “noleggiando” manodopera gratuita alle multinazionali? Oppure le stesse grandi aziende, che sono in grado di ottimizzare i profitti sostituendo apprendisti ai dipendenti salariati? Tutto considerato, la risposta sembra amaramente semplice. Basti pensare al continuum tra “La Buona Scuola” e il “Jobs Act”, che inverte il significato tradizionale di “contratto a tempo indeterminato”, di cui il primo costituisce, insomma, un preludio, una “palestra” per il precariato dei voucher e del licenziamento con effetto immediato, una volta comprovata l’esistenza di una causa, sottolinea Fabrizio Baggi (Prc). Ne risulta un sistema formativo e professionale frammentario e auto-contraddittorio, le cui origini sono da imputare a ministeri dell’istruzione e del lavoro poco attenti alla cultura e allo stato di diritto (ci siamo già dimenticati del tremontiano “con la cultura non si mangia”, o del “Che noia il posto fisso!” dall’allora premier Monti? Ci siamo accorti che ormai la media del sei è ormai, e ironicamente, sufficiente di per sé a garantire l’ammissione all’esame di Stato?). Un sistema che, a livello locale e nazionale, si è già cercato di contrastare con manifestazioni di protesta e con una raccolta firme contro l’alternanza scuola-lavoro, che purtroppo non ha raggiunto la quota minima di firmatari.
Prc/Se, Uds e Giovani comunisti hanno organizzato soli il presidio di sabato pomeriggio a Como, collocato in una posizione non felicissima e che ha coinvolto ben poche persone, e soprattutto assai pochi studenti, che per quanto direttamente interessati dalle dinamiche contestate a “La buona scuola” hanno manifestato un interesse tutto sommato scarso, a detta degli organizzatori (un giudizio che può soltanto essere confermato da chi si trovava sul posto). Inevitabile interrogarsi, con una certa preoccupazione, sulle cause di tale assenteismo. Al di là della logica politica in senso stretto, che porta a schierarsi “con o contro” un certo governo, infatti, la posta in gioco è alta, e interessa un considerevole numero di persone. Se anche lo “spazio di resistenza”, e di partecipazione, degli studenti di scuola dell’obbligo sembra essersi contratto negli ultimi anni, urge capire come ciò possa essere successo, e quale sia la reale coscienza di studenti, e futuri lavoratori e lavoratrici, rispetto ai propri diritti, o alla tacita, progressiva erosione degli stessi. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Informazioni su Alida Franchi

classe 1990, di Como, non sempre "a" Como. Mi interesso di arti e politica internazionale. Scrivo, fotografo e disegno.

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