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A piedi liberi, 18 dicembre / “Lamentarsi non basta”. Urge responsabilità condivisa nell’accoglienza

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L’appuntamento previsto dal convegno A piedi liberi per il pomeriggio di domenica 18 dicembre allo spazio Gloria non ha coinvolto più di trenta persone tra spettatori e relatori. Vero che le incombenti festività e la collocazione periferica della sala non hanno favorito una grande affluenza, altrettanto innegabile che intorno al tema “migrazioni a Como (e non solo)”, nelle sue varie declinazioni, relativamente pochi mantengono un’attenzione costante, sempre con più domande che risposte, men che meno soluzioni soddisfacenti. 

Aprendo l’incontro poco dopo le 14.30, Mario Forlano, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, ha ricordato gli sforzi della “bella Como” nei mesi passati, sottolineando però l’impossibilità di frenare completamente i grandi spostamenti di persone in cerca di migliori condizioni di vita, quando non proprio di sopravvivenza.
Non ci stancheremo mai di ripetere che quella che definita dalla stampa e dal discorso politico mainstream come “emergenza”, innescando uno stato di allarme e panico nelle comunità ospitanti, è in effetti una situazione strutturale di lungo periodo, e come tale deve essere affrontata. Bisogna peraltro tenere conto dei rapporti causa-effetto alla base dei fenomeni migratori, definiti da Forlano come “la punta dell’iceberg” di fenomeni ancor più complessi. Basti pensare che, ogni anno, cinquanta miliardi (sic) di dollari sono assorbiti da traffici illeciti, accelerando e aggravando la polarizzazione della ricchezza mondiale verso i paesi più ricchi.
Il diritto internazionale sancisce il diritto all’accoglienza e il dovere, per i paesi-destinazione, di elargire la stessa. Un obbligo che di fatto è spesso raggirato, posticipato nel tempo, circoscritto, o perfino negato, anche con la forza bruta. Il concetto di “accoglienza”, tuttavia, non si limita allo spendere fondi e trovare spazi per i nuovi arrivati. Significa, dovrebbe significare, offrire una reale possibilità di interazione e integrazione con la società del posto in direzione di un sistema di accoglienza diffusa, che possa valorizzare gli aspetti positivi della migrazione, tanto per chi accoglie quanto per chi è accolto. Aspetti che l’isolamento e la segregazione tendono a nascondere, molto spesso strumentalmente.

Dalla scorsa estate (ma  anche prima), arrivi e transiti migratori nella città di Como hanno subito un andamento numericamente discontinuo, ma ininterrotto. Ciò che sembra aver subito una contrazione, semmai, è la capacità di reazione della città, intesa come spazio, comunità e attore politico. La portavoce di Como senza frontiere, Annamaria Francescato, riferisce che il numero di migranti privati d’accoglienza si attesta ormai a diverse decine di persone per notte. Là dove esiste una soluzione di accoglienza, continua a prevalere la logica dell’isolamento e dell’occultamento di cui il centro di via Regina Teodolinda è l’esempio più calzante a livello locale. Se la percezione diffusa è che la visione dei migranti sia fonte di preoccupazione, sarà allora necessario trasformare tale concezione, non solo tra la cittadinanza ma anche in seno alla politica di ogni livello.
A questo proposito, Como senza frontiere e la Caritas diocesana hanno già  mandato un appello al sindaco, Mario Lucini – in sala come ospite e come relatore – affinché, unitamente alla Prefettura, il problema dell’ “accoglienza fredda” trovi una soluzione concreta e tempestiva.

È seguito l’intervento di Andrea Quadroni e Michele Luppi, giornalisti rispettivamente de La Provincia e del Settimanale della diocesi di Como e autori del reportage Il “giro dell’oca” dei trasferimenti coatti dal Nord Italia a Taranto, realizzato lo scorso novembre con il Coordinamento comasco per la Pace e pubblicato da Open Migration (leggi qui il reportage completo).
Come anticipato dal titolo, gli autori hanno voluto far luce sul fenomeno delle deportazioni coatte di migranti dai confini settentrionali italiani all’unico hotspot presente sulla terraferma italiana. Di questa situazione, attivatasi immediatamente dopo la comparsa dei “primi” migranti alla stazione San Giovanni e dal costo di 20 000 euro alla settimana (operata da Como dalla ditta Rampinini), c’è una consapevolezza limitata: pochi lo sanno, pochi ne sanno, e gli stessi migranti non sono sempre, di fatto, consapevoli. Benché non siano stati registrati casi di violenza, molti dei migranti spediti a sud sono già stati identificati, il che dovrebbe, di norma, escluderli dalla deportazione. Giunti allo hotspot, collocato in un’area defilata, esposta all’inquinamento dei grandi complessi industriali, e di capienza relativamente ridotta – 300 persone – i migranti sono spesso dirottati ad altri centri. Molti, tuttavia, rimangono addirittura esclusi dal circuito dell’accoglienza e diventano di fatto “invisibili”, ritentando di proseguire verso nord o venendo assorbiti dal sistema del caporalato e del lavoro nero.
L’impatto delle deportazioni sud-nord, secondo fonti Asgi consultate dai giornalisti, costituirebbe uno spreco inutile o nocivo di fondi pubblici, considerando che altri hub, come quello di Bresso, sono collocati a distanze decisamente più ridotte. Né è chiaro sulla base di quali criteri vengano scelti i migranti da caricare sui pullman, una questione ancor più difficile da risolvere lungo le frontiere.

Due dati sono certi: primo, esiste un marcato divario tra il funzionamento del sistema d’accoglienza italiano sulla carta e in pratica, secondo, a farsi carico della gestione della struttura dello hotspot, è il comune di Taranto anziché lo Stato, che resta di fatto indebitato nei confronti del primo. Ed è piuttosto evidente, in generale, che le sole risorse di un’amministrazione locale non possano ovviare a un problema di portata internazionale, destinato a protrarsi negli anni a venire.
Proprio i comuni, in Italia e nel resto d’Europa, si trovano spesso a rivestire il ruolo di protagonisti nelle politiche orientate all’accoglienza o, ancor più spesso, alla non-accoglienza. Su 8000 comuni presenti nel nostro paese, soltanto 1200 si sono finora fatti carico attivamente dell’accoglienza in loco. Dopo la testimonianza di Luppi e di Quadroni, Forlano ha così introdotto un momento di confronto tra amministratori locali di frontiera, nell’ordine: Federico Pirone, assessore al Turismo e alla Cultura di Udine, Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, e appunto Mario Lucini.
La situazione denunciata da Pirone è quella di comuni costretti in un limitato spazio di manovra, per quanto riguarda risorse e competenze. L’assessore udinese fa riferimento alla “rottura del patto sociale” che porta a una generale diffidenza dei cittadini nei confronti delle cariche pubbliche, condizione da cui traggono vantaggio discorsi d’opposizione che fanno leva più sullo scontento che sui fatti e sulla logica. Nell’accoglienza di migranti respinti da altri paesi, Udine è un comune piuttosto virtuoso, anche grazie alla presenza di ex-strutture militari e a una tradizione collaudata negli anni della guerra nell’ex-Jugoslavia; nel l’associazione Aura [Associazione udinese per i richiedenti asilo] ha aperto presso una ex-caserma un centro ospitante più di 800 uomini, e la città nel suo insieme accoglie circa 1200 persone, a fronte dei 5600 richiedenti asilo nella regione friulana (la cui popolazione complessiva equivale, più o meno, a quella di Milano).  Un carico significativo che molti comuni limitrofi non hanno, ad oggi, condiviso. In pratica, Udine fa molto, ma “fa da sé” e, con una condivisione delle responsabilità e delle risorse, si potrebbe fare ancor di più.
Ciò che dovrebbe essere avviato è un rapporto di dialogo, interazione, perfino di collaborazione tra cittadinanza e amministrazione, così come tra le stesse istituzioni, in senso “verticale” e anche “orizzontale”.  Questo l’appello alle istituzioni di Pirone, assessore delegato alla pace a Udine, che ha citato una serie di aspetti sui quali intervenire in senso legale, politico e sociale, tra cui un significativo investimento sull’educazione alla pace negli istituti scolastici.

Durante la stagione fredda, la situazione a Ventimiglia sembra essersi stabilizzata, rivela Ioculano, in videoconferenza via Skype. Ma un nuovo picco è previsto per la fine dell’inverno. È dal 2014 che Ioculano deve fare i conti con una gestione “unilaterale” delle migrazioni, vista la scarsa propensione a collaborare della vicina Francia. Come qui a Como, anche a Ventimiglia il terzo settore, il volontariato e alcune parrocchie hanno giocato un ruolo decisivo nell’avviare un sistema di accoglienza locale, che non si esaurisce nel campo (anche questo in situazione periferica) e che interessa soprattutto persone in transito verso la Francia.
In mancanza di una solidarietà diffusa (intesa come extra-comunale), un’amministrazione locale deve necessariamente operare delle scelte e perciò delle rinunce, in termini di risorse e spesso di consenso pubblico, un aspetto, quest’ultimo, su cui le migrazioni hanno un impatto forte e solitamente negativo. Intervenire sulla percezione collettiva dei flussi migratori, perciò, diventa importante per invertire la tendenza e considerarne anche gli aspetti positivi e benefici.

Delle analogie tra Como e altre località di confine, il sindaco Lucini si dice “consolato”, auspicando una continuità nel dialogo tra amministrazioni a livello nazionale ancor prima che europeo. L’Unione Europea (o l’Europa in senso lato) sembra non avere ancora bene in chiaro quale sia la miglior soluzione a un fenomeno “di portata epocale”, mentre si può dire per certo che l’attuale sistema presenta gravi carenze, sia pure combinate con altre misure di impatto positivo (Lucini si riferisce alle operazioni di salvataggio in mare, a cui non sempre segue un’accoglienza adeguata).
Al tempo stesso, però, il sindaco di Como si rammarica delle allusioni che vorrebbero attribuire le scelte comunali a finalità elettorali. Una gestione “equilibrata” del problema non è certamente semplice, dovendo conciliare opinioni e priorità differenti, e ad ogni modo  – rimarca Lucini – non si deve assumere che le istituzioni debbano farsi carico da sole di questioni che riguardano la comunità, la quale è pure chiamata a fare la sua parte.

Corresponsabilità, insomma, è il concetto che dovrebbe permeare un sistema di accoglienza efficace, anche se, con poche eccezioni, sembra tuttora prevalere un atteggiamento delegazionista e lamentoso, quello che Walter Massa, presidente di Arci Liguria, definisce come “mugugno” e che è legato a doppio filo all’inerzia, alla “fiducia” nel fatto che se ne occuperà “qualcun altro”, fosse anche male (ciò vale anche in senso istituzionale, dentro e fuori dall’Italia, nel particolare come nel generale).
Concrete difficoltà e specificità concorrono a impedire una distribuzione perfettamente equa, ma la solidarietà negata resta il maggior ostacolo. L’Italia, non è uno paesi europei più accoglienti (170 000 persone registrate certo molte più delle 4000 della Spagna, ma molte meno di quante vengano accolte dalla Grecia o dalla Germania), non dispone anche per questo di un grande potere negoziale in Europa per una ripartizione più razionale e meno dispendiosa, che tenga conto del rapporto reale tra il numero dei migranti (di ogni tipo), la popolazione locale e le risorse di cui dispone il nostro continente.
Lamentarsi senza agire significa lasciare l’accoglienza (o la negazione della stessa) nelle mani del sistema prefettizio, accentratore e “opaco”, benché finanziato da fondi pubblici che vengono elargiti a soggetti privati; in contrapposizione alla relativa trasparenza del sistema Sprar, che coinvolge direttamente enti e associazioni locali rompendo l’isolamento di tipo “concentrativo” di campi e caserme, ma che resta ancora relativamente circoscritto.

Accanto ai provvedimenti di tipo pratico, emergono degli imperativi di carattere politico e legale:  Franco Bordo, parlamentare di Sinistra italiana e Elly Schlein, europarlamentare Possibile, intervenuti con videomessaggi, sottolineano entrambi la necessità di superare il sistema messo in piedi dagli accordi di Dublino, insistendo per l’assunzione di responsabilità concrete da parte di tutti gli Stati contemporaneamente all’apertura di corridoi umanitari per raggiungere i paesi ospitanti in modo rapido e sicuro e ritrattando l’accordo di reinsediamento con la Turchia, uno Stato attualmente pericoloso per l’incolumità e per i diritti dei migranti. Altrettanto importante è l’intervento “alla radice” dei fattori scatenanti della migrazione, che non vadano a impedire o vanificare la mobilità umana, ma che piuttosto rendano più sostenibili le condizioni di vita nei paesi d’origine, ovviando alla stessa necessità di emigrare.

L’esiguo pubblico di domenica pomeriggio sembrava riflettere con amara ironia proprio la diffusa reticenza verso la condivisione delle responsabilità a cui quasi tutti i relatori hanno fatto riferimento, ognuno con parole proprie. Dispiace che a conclusione di interventi interessanti, ricchi di spunti di riflessione, e supportati da dati concreti, non si sia potuto instaurare un dibattito per l’assenza di interlocutori. L’invito al confronto costruttivo resta, ovviamente, aperto e caldeggiato, in linea con quanto è stato argomentato nel corso del pomeriggio. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Guarda la galleria delle foto di Gianpaolo Rosso.

Guarda sul canale di ecoinformazioni tutti i video del Convegno.

Informazioni su Alida Franchi

classe 1990, di Como, non sempre "a" Como. Mi interesso di arti e politica internazionale. Scrivo, fotografo e disegno.

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Circolo Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@ gmail.com, www.ecoinformazioni.it. Registrazione Tribunale di Como n. 15/95 del 19.07.95. Direzione: Fabio Cani, Jlenia Luraschi, Andrea Rosso, Gianpaolo Rosso (responsabile). Proprietà della testata Associazione ecoinformazioni - Arci. Consiglio direttivo: Fabio Cani (presidente), Gianpaolo Rosso (vicepresidente), Jlenia Luraschi (tesoriera), Michele Donegana, Marisa Bacchin.

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