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Russo/ Ricostruire orizzonte simbolico, programma e leadership della sinistra

monarchiarepubblicaCome forse alcuni amici sanno, consideravo le ragioni del No più fondate e più solide di quelle di chi ha elaborato e difeso le modifiche della Costituzione sottoposte a referendum. Prescindo dal valutare il condizionamento del contesto politico – di quello generale e di quello interno a ciò che rimane del Pd (180mila iscritti!) – sul risultato referendario, così come il fastidio suscitato in una parte degli italiani dalla ricerca di endorsement esteri e dal sostegno ostentato dei “poteri forti”. (Come si fa, per esempio, a Como, a mettere a capo del Comitato per il sì un banchiere e un imprenditore notoriamente di destra?). Il messaggio era, ancora una volta, quello della compattezza delle élite contro il “populismo”; il ricatto era chiaro – quanto velleitario -: queste modifiche dei meccanismi istituzionali vanno approvate pena l’instabilità finanziaria ecc. Deus vult.

Nella veste dei poteri sovranazionali che hanno interesse a centralizzare il comando e a ridurre la complessità. La ribellione ha prima di tutto questo segno: a dircelo è la partecipazione ampia al voto. Ieri, osservando le code ai seggi riflettevo: possibile che tutta questa gente sia venuta a votare per scegliere di vedere il proprio voto ridimensionato dall’abolizione del Senato elettivo e delle Provincie e sottostimato poi dal meccanismo dell’Italicum che mortifica il principio della rappresentanza? Infatti è andata diversamente.
Le motivazioni del voto sono ovviamente le più varie. Almeno una – la mia – era rivolta contro il populismo della “riforma”, persino più inquietante di quello di Grillo e Salvini. Ho provato imbarazzo vedendo in giro i manifesti con quello slogan becero: meno politici ecc. Vi ho trovato la stessa ispirazione di quando, ascoltando Renzi dire in un programma televisivo che le riforme tendevano a eliminare politici e poltrone, ho definitivamente modificato il mio giudizio, inizialmente positivo, su Renzi e deciso di abbandonare la militanza nel Pd. Non dovevamo parlare del merito? Non avremmo dovuto votare guardando al contenuto del referendum? A me pare che gli atteggiamenti che presentano il risultato del referendum come “una vittoria di Pirro” rivelino un pregiudizio e sembrino esprimere una volontà ritorsiva. Che rischia di rivolgersi non alle forze politiche – e in particolare a quelle componenti del centrosinistra – che hanno sostenuto il No ma agli elettori. Se oggi l’Italia rischia un’impasse non è per responsabilità dei cittadini, i quali, semmai, dovrebbero chiedere conto della crisi prima di tutto al Pd, al suo gruppo dirigente e al suo segretario. Come è possibile che si sia potuto approvare l’Italicum definendolo come la legge migliore d’Europa, sfidando le scontate censure della Corte, il buon senso e il rischio di consegnare il governo del Paese a una minoranza esigua, per poi accorgersi della assoluta necessità di cambiarla? E come si fa a pensare che una nuova legge elettorale per il Senato non era necessaria perché gli italiani avrebbero certamente accettato di abolire il Senato elettivo? Queste sono cose da apprendisti stregoni, arroganti e provinciali.
Almeno il risultato un merito dovrebbe averlo avuto: quello di mostrare che “il re è nudo”: i limiti insostenibili di una classe dirigente (compresi i leader delle organizzazioni di categoria, a partire da Confindustria e il corteggio renziano di giornali, finanzieri e intellettuali) che hanno scavato un solco ulteriore tra il “Paese reale” e quello “legale”. Anche se parlare di legalità a proposito di alcuni dei compagni di viaggio di Renzi è piuttosto temerario. Fossi un dirigente del Pd, eviterei di vedere nel risultato del voto una conferma della validità del progetto del “partito della nazione” e di pensare che la rivincita alle prossime elezioni politiche possa avvenire su queste basi. Se quella dei sostenitori del No era “un’accozzaglia”, non è vero che chi ha sostenuto il Sì rappresenti uno schieramento omogeneo e pensare che le sorti del Pd possano essere esaltate dall’amputazione delle sue radici popolari (e di sinistra) mi sembra un errore drammatico. Segnalo, per inciso, poi il dato paradossale che l’ “accozzaglia” che ha sostenuto il No ha comunque preso le parti della Costituzione del “48. Non una cosa così spregevole, soprattutto se si considera che una parte di queste forze – vuoi perché radicata in culture estranee all’origine antifascista della Carta vuoi perché sorte in un’epoca recente – ha sempre mostrato nei confronti della Costituzione freddezza quando non ostilità. Chiudo: l’esito del referendum ci pone il problema di come ripensare i canali della rappresentanza, prima ancora di come rimodellare le linee dell’ordinamento.
Non mi sembra vero che gli italiani siano ostili alla “politica”. Mi pare invece che il voto segnali la necessità, soprattutto a sinistra, di mettere mano a una ricostruzione dell’orizzonte simbolico, del programma e delle leadership. Se è così, il referendum può essere un nuovo inizio. [Emilio Russo]

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Questa voce è stata pubblicata il 5 dicembre 2016 da in Politica con tag .

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