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La follia del partire, la follia del restare

manomigranteUn pubblico numeroso e al di là delle aspettative ha partecipato all’incontro Migranti e psichiatria organizzato il 24 novembre dall’associazione Oltre il giardino. Per  introdurre la serata e far capire quanto sia ancora attuale questa tematica, Simone Varisco, autore del libro La follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia alla fine dell’Ottocento(Tau Editrice) ha preso in considerazione il problema del disagio mentale come prodotto del fenomeno migratorio, considerando, in particolare, l’emigrazione italiana della seconda metà dell’Ottocento, diretta verso l’Australia.  Perché scrivere oggi questo testo? Fondamentalmente per due ragioni. La prima perché ancora oggi l’Italia è paese di emigrazione. Lo scorso anno infatti il numero delle persone partite  è stato superiore di quelle arrivate e le mete non sono cambiate rispetto al passato. L’Australia è ancora uno dei paesi verso il quale i giovani italiani, nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, migrano. La seconda ragione è che il disagio mentale accompagna il fenomeno migratorio ieri come oggi. “Migrare è partenza e il partire significa allontanarsi dagli affetti e dalle certezze. Non è un trasferimento meccanico e asettico di individui, ma un processo che coinvolge l’intimo delle persone”. Il  vissuto è quello di uno sradicamento culturale, affettivo, religioso, accompagnato anche dal senso di fallimento e frustrazione quando le aspettative non vengono soddisfatte, quando il “sogno” si confronta con la realtà. Questo disagio colpisce ancora gli italiani che partono oggi? Sì e la dimostrazione sta nel fatto che alla fine dello scorso anno le statistiche hanno reso noto che in Inghilterra, il gesto estremo del suicidio ha coinvolto due italiani ogni mese. Gli elementi di sofferenza sono gli stessi che provavano le persone della metà dell’800.  L’autore dedica una speciale attenzione al bacino di emigrazione valtellinese e del Canton Ticino. In quel periodo queste zone risentono in modo particolare della crisi economica legata a due aree: quella della viticultura e dei bachi da seta, entrambe interessate da malattie che ne determinano la scomparsa. Negli stessi anni (1851-1853) dall’Australia arriva la notizia della scoperta dell’oro ed esponenti di agenzie marittime “sponsorizzano” questo viaggio. Potremmo paragonarli agli scafisti di oggi. Molte famiglie si convincono e acquistano il biglietto, indebitandosi, per favorire il viaggio del padre, del marito o del figlio maschi, con la certezza che in breve tempo arriverà a casa il denaro sufficiente per risanare la situazione economica. Ma i problemi si presentano subito. Queste popolazioni erano abituate a migrazioni di brevi distanze. Il periodo di assenza era di 3, 4 mesi. Quando partono non sanno che il viaggio durerà 5-6 mesi e quando arrivano si rendono conto che di oro non ce n’è molto. Si impegnano quindi in altri lavori, nel settore del legname, nelle miniere o nell’edilizia. Il tempo passa, non si guadagna abbastanza e l’emigrazione diventa interminabile, una specie di esilio. I soldi per comprare un altro biglietto e tornare a casa non ci sono. L’esperienza comincia ad essere vissuta come fallimentare: speranze soppiantate dalla delusione e dalla frustrazione di non riuscire a soddisfare i bisogni della famiglia che chiede soldi per pagare i debiti contratti. Le lettere e le telefonate a casa si diradano per la vergogna e molti migranti scompaiono, segregati nei cosiddetti “Asili per lunatici”, non luoghi di cura, ma di segregazione dove vengono confinate tutte le persone che, a vario titolo, sono sgradite: alcolisti, vagabondi, prostitute, e anche gli italiani che hanno questa strana usanza di gesticolare o le donne che non vogliono essere toccate dal medico uomo.

Nasce spontaneo il parallelo tra queste storie del passato e i disagi vissuti oggi da molte delle persone che lasciano il loro paese: distacco dalla cultura di origine, difficoltà linguistiche, mancanza di punti di riferimento, problemi di integrazione in un contesto nuovo, solitudine, fatica e spesso anche violenza.

Di questo aspetto ha trattato Marzia Marzagalia, psichiatra presso il reparto di etnopsichiatria dell’Asst Niguarda di Milano, che ha messo subito in evidenza di come le istituzioni continuino a muoversi come se il flusso migratorio fosse un’emergenza e di conseguenza tutto è organizzato in modo inadeguato a fronteggiare quello che ormai è un dato strutturale della nostra società. L’ambulatorio di etnopsichiatria, uno dei pochi strutturati in Lombardia, nasce nel 2000. Allora i migranti erano prevalentemente “economici”, giovani forti sui quali la famiglia investiva. Nel 2011 cambia completamente il panorama. I flussi migratori arrivano da percorsi intraafricani e si fermano in Libia dove lavorano come schiavi in attesa della partenza. Queste persone hanno un livello di alfabetizzazione inferiore, hanno subito trattamenti disumani, torture e schiavitù, e alcuni sono partiti con un disagio mentale già in atto. In particolare circa il 90% delle donne vengono stuprate e molti dei bambini che nascono nel corso del viaggio o all’approdo in Italia, sono frutto della violenza subita.  Molti hanno visto scomparire amici e familiari o hanno assistito ad atrocità inflitte ad altri (ricordiamo che questa eventualità è considerata una forma di tortura nella Convenzione di Istanbul). Paradossalmente le Commissioni territoriali che devono valutare la domanda di asilo non considerano tutto questo, ma solo la condizione del Paese di origine, quindi l’eventuale trauma pre-migratorio.

Infine c’è il trauma dell’arrivo che comporta la completa delusione di tutte le aspettative. La presa in carico non è semplice e generalmente i programmi terapeutici sono a lunghissimo termine. Inoltre, nel momento in cui si effettua una diagnosi di tipo psichiatrico i centri di accoglienza dove erano ospitate queste persone non le vogliono più, perché non ritengono di doversi assumere la responsabilità del trattamento. Purtroppo non ci sono luoghi alternativi di accoglienza e quindi spesso entrano in circuiti di emarginazione.

Infine Marica Livio, psicologa e psicoterapeuta, ha approfondito i cambiamenti dei flussi migratori dal 1980 ai giorni nostri, soffermandosi in particolare sulla definizione di rifugiato. Dal 2010 si sono chiusi i flussi, non c’è più una modalità legale di entrare in Europa se non quella di essere riconosciuto come avente diritto alla protezione internazionale. Succede quindi che molti migranti devono fabbricarsi un “falso sé” per poter accedere all’accoglienza, descriversi cioè per quello che in realtà non sono o con vissuti di risarcimento forti in seguito al vissuto del viaggio affrontato. Soprattutto in questi casi sarebbe molto importante l’accompagnamento a capire il senso che la persona dà a quello che succede, sviluppando la messa in gioco delle risorse, favorendo quella che Tobic Natan definisce l’autostima etnica, cioè non vivere la propria origine come fattore di svalutazione, cosa che spesso induce le persone a diventare caricature di se stessi per essere accettati e ne amplifica la vulnerabilità.  Viene infine ricordato che è “il come e il dove le persone stanno che favorisce la resilienza, cioè la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico”.

Purtroppo a Como, a differenza di Milano, non esiste ancora un servizio di etnopsichiatria e dispiace che, seppur invitati, alla serata non siano stati presenti i Referenti dell’area della Salute Mentale. Un’opportunità persa per dare inizio ad una riflessione. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

[Foto Gin Angri]

Un commento su “La follia del partire, la follia del restare

  1. ecoinformazioni
    25 novembre 2016

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 novembre 2016 da in immigrazione, Salute, sanità con tag , .

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