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Una storia positiva

lila-storiapositiva-copLa presentazione, il 18 novembre, del libro Una storia positiva di Arianna Cantaluppi è stata l’occasione per ricordare il periodo  degli anni novanta quando anche nella nostra città l’infezione del virus Hiv era considerata “la peste” del secolo: uno spaccato della storia di Como molto intenso per coloro che ne erano direttamente o indirettamente coinvolti. In quel periodo l’aids poneva in maniera drammatica la realtà di una generazione che lottava contro il tempo, un tempo che doveva essere vissuto intensamente fino all’ultimo istante e con dignità, cercando di trovare la forza di non nascondere la propria condizione, di rendersi visibile, mostrando il proprio volto senza il timore di essere emarginato.

Si parlava costantemente di categorie a rischio, riferendosi a tossicodipendenti e omosessuali, facendo credere che tutte le altre persone potessero essere esenti da un’infezione di cui non si sapeva ancora molto.  Per cui quando Cassandra, la protagonista del libro, esce di casa l’antivigilia di Natale del 1992 per andare a ritirare il test, consigliatole perché nel corso di un ricovero si è scoperto che il marito aveva contratto il virus, mentre cammina ha “un pensiero che è più forte di tutti gli altri ed è quello che non può capitare proprio a lei. Perché a lei? Lei è una ragazza di ventisette anni, semplice nella vita come nell’animo: ha sposato il suo primo amore , conosciuto a sedici anni, a cui è rimasta fedele sempre, non per obbligo ma perché ci crede”.

Dal ritiro di quel test inizia la storia di Cassandra e del suo percorso all’interno della Lila. i cui attivisti, in quel momento stavano ancora rielaborando il lutto per la morte del suo presidente, Edy Abate, la prima persona in Italia a dichiararsi pubblicamente sieropositivo. L’autrice, inizialmente, si sente di dire  sinceramente che «lei non ha niente in comune con le storie delle altre persone sieropositive, che lei è un caso a parte e che nessuno può capire  cosa voglia dire non far parte di una categoria a rischio e trovarsi invischiati in una malattia mortale ».  Ha bisogno di rielaborare la sua condizione, il senso di fallimento di un matrimonio, un tradimento che ha causato anche il suo contagio e nello stesso tempo la compassione, nonostante tutto per il marito, una persona che si stava avvicinando velocemente alla morte.

Solo la sua capacità di ascolto, di condivisione , il suo mettersi in gioco costantemente le ha permesso di diventare un attivista,  con la capacità di trasformare la sua condizione sierologica in un’identità culturale e politica che ha contribuito a modificare l’immaginario collettivo sull’aids. Nel corso della lettura emerge la sua vitalità negli incontri con gli studenti, nella sua attività di counsellor, nell’esperienza dell’unità mobile, nel gruppo di auto-aiuto e soprattutto nelle battaglie per la difesa dei diritti delle persone sieropositive, come quel giorno in cui “una importante casa farmaceutica inglese, la più potente del ramo, ha immesso sul mercato ospedaliero numerose confezioni di un nuovo tipo di farmaco che sono però bloccate in un magazzino, bloccate dalla burocrazia ospedaliera che, considerando le quantità ricevute insufficienti per coprire il fabbisogno nazionale, preferisce non distribuirle a nessuno”. In quella circostanza Arianna si veste da “sposina dell’AZT” e manifesta con altri attivisti fino a quando non vengono ricevuti dai rappresentanti dell’azienda e ottengono  la distribuzione per i malati più gravi.

In questo modo il protagonismo delle persone sieropositive ha rimesso in gioco il concetto di malattia e di persona malata, ha messo in discussione il concetto di morte sociale come silenzio popolato da tabù e rimozioni collettive, ha indotto a interrogarsi quotidianamente sulla morte fisica. Nel ricordare Arianna è emersa anche una grande commozione soprattutto ripensando ai tanti amici e amiche che non ci sono più.

Non si può descrivere cosa si provi alla morte di un amico fraterno causata  dallo stesso male che serpeggia nel proprio sangue; arrivano dei silenzi e dei pianti che parlano al cuore; si ascolta il rumore di un vuoto, come se si stesse assistendo all’abbattimento di un ombroso albero secolare, che tonfa a terra sordamente, lasciando uno spazio, profumato, mai più colmabile da altro, se non da un’amara nostalgia infinita”.

Per tutte queste ragioni, il libro si colloca all’interno della collana dello Studio Nodo “In prima persona”, non solo per il carattere autobiografico, ma per la riscoperta anche di luoghi e di particolari oggi non più facilmente identificabili come ad esempio “la fonda”, il nome dato alla piazza frequentata dai ragazzi tossicodipendenti, luogo dove il “Carrozzone” (l’unità mobile della L.I.L.A.) si accampava spesso.

Oggi di AIDS non si muore più, ma, come ha spiegato Giusy Giupponi, l’attuale Presidente dell’associazione, le persone si contagiano ancora. Nel 2015 sono state poste in provincia di Como 60 nuove diagnosi di infezione da HIV in uno stato già avanzato; negli anni passati si è parlato sempre meno di prevenzione e le persone non valutano con la dovuta attenzione le conseguenze dei comportamenti a rischio. Prevenzione e diagnosi precoce sono quindi oggi gli obiettivi della L.ila ed, in questa ottica, la prossima settimana in 8 sedi di Italia (tra queste anche quella di Como) verrà messo a disposizione il test rapido salivare, come momento di avvio di un servizio che proseguirà nel tempo.

La presentazione del libro, quindi,  ha avuto anche la funzione di rilanciare una campagna informativa e culturale che metta in discussione l’idea ormai diffusa che l’aids non è più un problema. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19 novembre 2016 da in Senza Categoria.

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