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Gli umarells assaltano i cantieri. Cronaca di un incontro coi No Tav

wu-ming-1-un-viaggio-che-non-promettiamo-breveUn viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav. L’ultima fatica di Wu Ming 1 racconta la Val di Susa e il suo movimento a tutti i paladini dell’ambiente.

La pioggia bolognese dell’11 novembre avrebbe inzuppato le nuove pagine di Wu Ming 1, se il centro sociale Vag 61 non avesse accolto l’autore, le pagine e gli spettatori della loro presentazione. Gli spettatori, raccolti davanti, attorno, sopra il palco; le pagine, raccolte in Un viaggio che non promettiamo breve. Questo, ultimo parto dei torchi di Einaudi, non è solo il nuovo libro di Wu Ming 1, bolognese come la pioggia, ma una vera azione politica. Parola sua. E la copertina gli fa eco: sotto il nome dell’editore, infatti, l’eloquente illustrazione di Zerocalcare e un sottotitolo: Venticinque anni di lotte No Tav.

Wu Ming 1 parlava agitando le braccia sopra la linea invisibile, bassa, ad altezza ombelico, che è il confine da rispettare per una gestualità rassicurante. Peggio mi sento, urlava al microfono. Aveva qualcosa di urgente da dirci il primo membro del collettivo letterario: una sfilza di nomi e numeri e ritratti e storie, tutto legato insieme dalla perturbante cornice della satira. Ebbene, sì, la questione della Tav, a vederla sbendati, è da scompisciarsi dalle risate. Dopo tre anni di lavoro, una ventina di visite alla Val di Susa, decine di interviste, interi valigioni di documentazione d’archivio, dopo tutto questo e molto altro, le cose da scrivere in un libro erano infinite. Quelle da dire in una presentazione dovevano essere pochissime. Quelle da riportare in un articolo, quattro o cinque.

La prima. Per capire le cose lontane bisogna prima conoscere quelle vicine. Una vicinissima, per lo meno al Vag 61, è la stazione dell’Alta velocità di Bologna, che nei canoni della Grande opera ci sta a pennello. Il primo progetto era di un gigantismo forse eccessivo anche per i cultori del cemento, così, ad oggi, la città turrita può fregiarsi solo di uno dei Golia minori delle stazioni velocissime, sepolto ventitré metri sotto le piadinerie e i pendolari dei regionali. Il funerale, a dirla tutta, è costato più di mezzo miliardo di euro. Embè, se serve… Ma il racconto continuava: Dario Nardella, sindaco di Firenze, voleva una stazione dell’Alta velocità tutta per sé; Maurizio Gentile, oculato capo della Rete Ferroviaria Italiana, rispose che “questa stazione non s’ha da fare”, e argomentò: “caro Nardella, vuoi finire come Bologna? Con un progetto commerciale così poco appetibile? Devi sapere che la loro stazione dell’Alta velocità la usano solo i clienti dell’Alta velocità. Robe da matti!”. Ah, l’Alta velocità. E pensare che comprende ben il 5% dei viaggi fatti sulle ferrovie italiane. In fondo, solo l’80% dei clienti Trenitalia è pendolare fisso che non esce dai confini provinciali. Inoltre, si sa che fermare la corsa all’asfalto è immorale nel nostro paese. Le Grandi Opere, anche se sono inutili, costose e devastano il territorio, vanno fatte. Questione di principio. 70 milioni di euro al chilometro cosa vuoi che siano per risparmiare 18 minuti con l’Alta Velocità Bologna-Firenze? Se poi in mezzo sono spariti ottanta corsi d’acqua, pace all’anima loro.

Chi si oppone a questi massacri entra irrimediabilmente nei ranghi dell’”Italia dei no”. La destrezza tutta giornalistica nel dare un nome alle cose è pari solamente a quella di raccontarle da una prospettiva minutissima. Spesso menzognera. A ben vedere, il passo dall’essere eversivi fanatici a eroi civili, per i No Tav, è assai breve. Tra poco lo capiremo, ci diceva Wu Ming 1. La sua inchiesta parte da una domanda: perché lì sì e qua no? Ovvero, perché l’unico ostacolo della Bologna-Firenze è stato l’Appennino tosco-emiliano, mentre in Val di Susa si lotta da venticinque anni? Le risposte sono molte. Eccone alcune. Il movimento No Tav è “radicale, radicato e competente”: i primi espertoni mandati in valle dovettero discendere i monti in braghe di tela, perché la competenza tecnica media dei partecipanti alle assemblee smontava le loro vuote argomentazioni. Il movimento ha intessuto un rapporto strettissimo con le amministrazioni locali e soprattutto ha un unico obiettivo, che è il no più definitivo, senza nessuna alternativa. L’opzione zero mette tutti d’accordo, da chi va a recitare il rosario ogni giorno davanti i poliziotti – in una spietata guerra psicologica – fino a chi brucia i copertoni in autostrada. Ma cosa unisce la popolazione in questo modo? Ce lo ha spiegato Maurizio Piccione, esponente del movimento Spinta dal Bass, valsusino e attivista, che quella sera reggeva il gioco a Wu Ming 1: è la conoscenza (e l’amore, aggiungo) del territorio, coniugata alla cultura personale, a muovere i No Tav. Parte tutto dai partigiani che quando eravamo ragazzi ci raccontavano la Resistenza al nazifascismo e che oggi, diceva Maurizio, ritroviamo in prima fila nelle manifestazioni di resistenza all’acciaio e al cemento. Il primissimo movimento fu animato appunto dall’Anpi. Un popolo che non è stato spoliticizzato alla base (come è successo in Emilia grazie al duro lavoro del Pci) è capace di riconoscersi nel passato comune per intraprendere lotte attuali, è la conclusione dello scrittore. Gli umarells bolognesi, muratori pensionati appollaiati al di qua delle reti presso i lavori stradali, i cantieri li guardano; in Val di Susa gli umarells, che si sono radicalizzati, i cantieri li assaltano.

Ma quindi, perché “No” alla Tav? Perché è inutile, costosa e devasta il territorio, è la risposta di fondo, sulla quale Wu Ming ricama per centinaia di pagine, con una documentazione inattaccabile. Esordisce dicendo che l’Alta Velocità non collegherà mai e poi mai Torino e Lione (con sommo dispiacere di Maurizio Rota, presidente del Piemonte fino al 2014, che giustificava l’opera con la necessaria apertura psicologica della regione all’Europa). I francesi hanno rinviato il tutto a dopo il 2030 e in Italia, dopo venticinque anni, si è ancora alle prese con un tunnel diagnostico. Nel frattempo la Tav è diventata Tac, “Treno ad alta capacità”, ma non ce lo dicono. Si è infine deciso di utilizzare la linea storica (come sostengono da sempre i No Tav. “Quindi avevano ragione loro?”. “No comment”). Pezzo a pezzo si è volatilizzato tutto il progetto attorno al tunnel di base, che però va proprio fatto, altrimenti cosa penserebbe di noi l’Europa? Dati alla mano, la linea storica può trasportare venti milioni di tonnellate di merci, ma ne trasporta meno di tre. La logica non è più trasportistica dalla crisi del 2008. E noi facciamo l’”Alta capacità”, per di più attraverso una zona ad alta concentrazione di minerali amiantiferi e uraniferi (si sa dai Sessanta). Una comparsata sulla scena del Vag 61, quella sera di pioggia insistente, l’ha fatta anche la Cmc, celeberrima cooperativa ravennate dei cementisti e dei muratori, che è così cooperativa da avere sedi dall’Angola al Massachusetts e le mani sporche della calce di tutte le Grandi Opere possibili (Tav inclusa, si intende). La Cmc è degna rappresentante del fenomeno della fame di cemento. Le betoniere devono lavorare a tutti i costi, anche se si inizia a riconoscere l’assurdità del progetto, anche se l’accademico Antonio Calafati ha ampiamente dimostrato la spettacolare vacuità delle ragioni del “Sì” in questo dilemma inesistente.

Come ha osservato il pm. torinese Marcello Maddalena, lo Stato non può più tirarsi indietro dal progetto della Torino-Lione, se non vuole andare incontro ad una crisi di legittimità. Ed ecco che viene scatenata la “fitta sassaiuola dell’ingiuria” contro gli attivisti, cavie da laboratorio delle ultime tendenze sulle misure cautelari. Il loro “No” è il più affermativo che ci sia, urlano le pagine di Un viaggio che non promettiamo breve, il cui valore risiede nel fatto di non essere solo un libro contro la Tav, ma nell’essere un libro a favore dei No Tav. Non è la stessa cosa. Tutti i membri del movimento, dagli umarells radicalizzati ai giovani del festival Alta Felicità, la “Woodstock dei No Tav”, sono eroi civili: prima che arrivi il Gabibbo a fare l’inchiesta postuma e piagnona, prima che il territorio non ci sia più, ad esso sanno anche sacrificare la loro libertà personale. È un’eroina civile Nicoletta Dosio, concludono Wu Ming 1 e Maurizio Piccione, insegnante pensionata che ogni giorno evade i domiciliari per andare a urlare al di là delle reti. Urlare che lei “sta con le montagne”.[Giacomo Confortin per ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 15 novembre 2016 da in libri, Politica con tag , .

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