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Più di cento per dare il quarto colpo alla ‘ndrangheta

mapelliÈ stato sferrato il 27 ottobre a Inverigo l’ultimo dei “4 colpi alla ‘ndrangheta”, la rassegna dedicata alla presenza delle mafie nei territori a noi vicini. I partecipanti sparpagliati nell’ampio auditorium S. Maria erano oltre cento, uomini e donne, giovani e meno giovani, tutti accomunati dall’interesse testimoniato dal religioso silenzio e dall’abbondanza di interventi nel dibattito finale.

Interesse più che meritato in conseguenza dei validi spunti di riflessione che la serata ha offerto, in un susseguirsi di informazioni e di opinioni non scontate, sebbene nel finale sfociati in divagazioni a tratti opinabili in un paio di occasioni.

La serata è stata aperta con i saluti e gli onori di casa da parte del sindaco di Inverigo Giorgio Ape.

Ha proseguito Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente Ilaria Alpi, che ha inquadrato la serata nell’ambito della rassegna.

Si è quindi entrati nel vivo della serata, condotta con attenta discrezione dal giornalista di Altreconomia Duccio Facchini che ha introdotto gli argomenti affrontati con precise domande all’ospite Walter Mapelli, procuratore a Bergamo dopo una precedente esperienza come sostituto procuratore a Monza.

Partendo dall’analisi degli eventi che hanno caratterizzato la presenza della ‘ndrangheta in Brianza, è stato fatto un excursus basato sulle informazioni ricavate con l’operazione Infinito, che nel 2010 ha portato ad oltre 160 arresti in Lombardia; ne è emerso un contesto di organizzazioni criminali di stampo mafioso radicate al nord (e non semplici “terminali” come si poteva pensare), con veri e propri comandi locali, eventualmente dipendenti da livelli superiori nei territori di origine; il fenomeno ha potuto radicarsi grazie a un contesto socioeconomico favorevole, con un territorio densamente popolato e a vocazione imprenditoriale, ma scarsamente preparato a contrastare lo sviluppo di organizzazioni criminali; Mapelli ha tenuto a sottolineare come il fenomeno non termini con le inchieste e i relativi arresti, ma va contrastato di continuo per evitarne il reiterarsi.

Riguardo al rapporto del malaffare con la politica, si è evidenziato come si sia passati da una situazione di iniziale estraneità o al massimo appoggio esterno alla politica, da parte dei primi elementi (‘ndranghetisti confinati al nord) negli anni ’80, per arrivare a una appropriazione della politica da parte delle successive generazioni di quelle stesse famiglie criminali, che si ritrovano infatti in ruoli di consiglieri o assessori comunali. La risposta personale di Mapelli riguardo a cosa abbia favorito questo fenomeno è nella maggior vocazione imprenditoriale piuttosto che politica da parte della popolazione lombarda, che determina un indebolimento della classe politica; questa non si assume la responsabilità di prendere posizioni nette nei confronti di comportamenti illeciti, e si rifugia nella presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, di fatto mettendosi in posizione subalterna alla magistratura; tale ragionamento di Mapelli è tanto più interessante in quanto proveniente da un esponente della magistratura stessa, che si trova quindi a invocare una maggiore autonomia della politica dalla magistratura, concetto non molto di moda di questi tempi.

L’argomento successivo riguardo al “brodo di coltura” delle organizzazioni criminali, individuato nelle grosse commesse pubbliche soprattutto in settori a basso valore aggiunto e bassa intensità tecnologica (logistica, guardianìa, movimento terra, le infrastrutture legate a “cemento e ferro”) ha innescato interessanti riflessioni sul rischio di infiltrazioni mafiose rappresentato dalle cosiddette “grandi opere”.

Passando al rapporto tra corruzione e radicamento delle organizzazioni criminali, Mapelli ha parlato della “naturale evoluzione” del rapporto tra il mafioso e il suo interlocutore, che passa dal favore alla corruzione, e sfocia solo in casi eccezionali nella intimidazione violenta; la diffusione dell’illegalità nel tessuto sociale italiano è alla base della corruzione; forse scontata ma non necessariamente condivisibile l’affermazione secondo cui l’illegalità sarebbe a sua volta favorita dall’eccessiva pressione fiscale e da un eccessivo proliferare di leggi e norme.

Un salto di qualità nel contrasto alle organizzazioni criminali è stato determinato dalle misure di prevenzione patrimoniale (confische di beni), efficaci nel combattere il controllo del territorio, elemento cardine della strategia mafiosa. Mapelli tiene però a specificare che non bisogna trasformare la prevenzione da “strumento di contrasto” a “fine”; in parole povere, il bene confiscato deve essere visto come un mezzo con cui lo Stato può anche finanziarsi mediante la vendita, e non come un “simbolo” da destinare necessariamente a scopi sociali non redditizi; su questo tema, Fumagalli ha in un successivo intervento espresso una opinione differente, tesa a rimarcare il valore anche simbolico del bene confiscato e del suo utilizzo a scopi sociali.

La seconda parte della serata è stata destinata alle domande dal pubblico, avviate da un vivace intervento di una signora di origini spagnole che ha fustigato il malcostume e l’inerzia del popolo italiano.

Alcune domande hanno innescato una serie di considerazioni sui rapporti tra politica e organizzazioni criminali, che hanno condotto l’ospite a esternare pensieri interessanti; uno di questi ha riguardato il fatto che troppo spesso l’antimafia è un atteggiamento di facciata e di professione, non solo da parte della classe politica ma anche da parte della magistratura. La domanda se nel mondo politico ci sia o meno una effettiva volontà di combattere i fenomeni mafiosi ha portato a riflettere sul fatto che spesso da parte dei recenti governi vi sia stato un atteggiamento ondivago, tra il varo di norme effettivamente efficaci nel contrasto (es. “voluntary disclosure”), e altre che invece favoriscono i fenomeni di corruzione (es. l’innalzamento della soglia di denaro contante). Proseguendo lungo la scivolosa china dei rapporti tra illegalità e politica si è arrivati poi ad affermazioni più controverse come un aperto elogio della riforma Fornero (accompagnato da qualche brusìo del pubblico) e più ancora  quella secondo cui una reale opera di riforme in favore della legalità e del contrasto, è forse possibile in un contesto di  “minor democrazia”, dove sia riformato in senso restrittivo l’elettorato attivo o quello passivo. Nel suo successivo intervento, Fumagalli non ha mancato di esprimere il suo dissenso rispetto ad alcuni concetti emersi in queste battute dell’incontro.

Dopo qualche altra domanda, tra cui interessante quella riguardante la proposta “all’americana” di agenti che sotto copertura e con disponibilità finanziarie operino per stanare fenomeni di corruzione, nettamente bocciata da Mapelli per la difficoltà di stabilire il confine tra il ruolo di infiltrato e quello di agente provocatore, la serata si è conclusa, con una sensazione comunque di appagamento da parte del pubblico presente, e l’auspicio che questo tipo di iniziative servano a stimolare quegli anticorpi di cui la società ha bisogno per liberarsi dai fenomeni mafiosi. [Federico Brugnani per ecoinformazioni]

Già on line il video di Altra Como

Un commento su “Più di cento per dare il quarto colpo alla ‘ndrangheta

  1. Roberto
    29 ottobre 2016

    Preciso e fedelissimo articolo sulla serata con Mapelli. I miei personali complimenti a Federico Brugnani di ecoinformazioni.
    Roberto

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28 ottobre 2016 da in antimafia con tag .

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