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Col prefetto e Radio Popolare contro la ‘ndrangheta

carugo_pubblico_1_Oltre cento persone hanno partecipato nell’auditorium delle scuole di Carugo il 20 ottobre al terzo incontro del ciclo 4 colpi alla ‘ndrangheta sui beni confiscati alle mafie. 22990 beni confiscati in Italia, soprattutto in Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Lazio e Lombardia, quest’ultima con 1706 beni, soprattutto a Milano e provincia, 73 a Como: questi i numeri altissimi che testimoniano le dimensioni del problema che le organizzazioni a delinquere costituiscono nel nostro Paese.

Dei quasi ventitremila beni confiscati circa tremila sono imprese commerciali, gli altri ventitremila sono immobili. Barbara Sorrentini di Radio Popolare, presidente del Festival dei beni confiscati, ha introdotto Elena Bello, segretaria comunale di Carugo, che ha presentato un excursus storico in cui è stato spiegato come dal 1982 ad oggi i beni confiscati sono stati gestiti, dalla semplice confisca degli spazi di cui il proprietario non è in grado di giustificare il possesso alla decisione da parte dell’Agenzia Nazionale di conservare o smistare ai Comuni i beni, perché questi vengano riutilizzati con fini sociali.

I prefetti sono mediatori tra l’Agenzia e i Comuni, dato che possono pubblicare bandi della durata di 35 giorni a seguito dei quali le singole giunte ritenute idonee possono decidere di gestire in prima persona gli spazi acquisiti o di affidare a terzi questo compito.

Roberto Fumagalli, presidente del Circolo ambiente Ilaria Alpi, ha presentato alcune situazioni critiche della provincia di Como, elencando  cognomi noti alla cronaca locale come Strangio, Cantoni, Castelluccia o Minasi, che hanno operato illecitamente negli ultimi quindici anni soprattutto a Lurago d’Erba, Arosio, Canzo e Erba. In particolare, Erba conta quattordici luoghi confiscati, soprattutto box e posti auto, e con Canzo si toccano 23 beni tutti di proprietà illecita di Cantoni. A Caslino, riguardo al quale è intervenuto il sindaco ci sono due campi confiscati che sono oggetto di un progetto agricolo del Comune in collaborazione col circolo Ilaria Alpi. Daniele Colombo,  sindaco di Carugo, ha poi presentato il progetto di riadattamento dello stabile confiscato nel Comune: l’edificio, integro all’esterno ma pressoché inagibile, sarà adibito a sede abitativa temporanea per nuclei familiari in situazioni sociali difficili da affrontare senza assistenza. Per attuare questo progetto, però, sarà pubblicata una Manifestazione di interesse per associazioni che vogliano partecipare assumendosi parte dello sforzo nell’opera di reimpiego.

Ultimo, ma non meno importante, l’intervento di Bruno Corda, il prefetto di Como, che ha delineato la propria linea nei confronti della criminalità organizzata.

Una linea dura, rigida, che promette massima attenzione e pretende assoluto controllo a livello comunale e ritiene la propria posizione e il proprio operato come i migliori possibili. Corda ha  sottolineato che le tempistiche di intervento sui beni confiscati e sul loro reimpiego possono anche apparire lunghe in alcuni casi, ma questo è determinato da situazioni particolari affrontate con la massima attenzione e professionalità caso per caso. Il prefetto ha poi spiegato all’uditorio le differenze tra l’etica mafiosa del nord e quella del sud Italia. In Lombardia e in città come Como e Milano la mafia interagisce in modo non violento con la società civile, approccio che differisce radicalmente con l’atteggiamento della mafia mediterranea, molto più aggressiva nei confronti delle sue vittime. A nord manca, in altre parole, la cultura dello sfregio. La società civile deve essere consapevole del fenomeno della criminalità organizzata, e denunciarla nel momento in cui viene a contatto con essa direttamente o indirettamente.

Si è poi aperto il dibattito, con vari interventi sui comportamenti mafiosi, distruttivi verso i beni prossimi alla confisca ma anche minatori in molti casi verso le associazioni che gestiscono gli spazi di cui l’organizzazione illecita è stata privata. Corda ha sottolineato che i processi intimidatori sono spesso graduali e si possono fermare tramite la sorveglianza e la denuncia.

La discussione ha poi toccato le modalità con cui la mafia si insedia: le cosche adottano diversi modi di controllare il territorio, dato che possono imporsi militarmente, in modo capillare con singole aziende che si riferiscono a legami famigliari o con rapporti di stampo commerciale-associazionistico. Il metodo familiare tipico della ‘ndrangheta, in particolare, crea una rete di contatti sparsa in tutta Italia, in cui le conseguenze di ogni azione si ripercuotono da nord a sud. Gli appalti Expo hanno portato a mille interdetti per mafia, uno solo annullato al Tar. Dopo queste ultime parole del prefetto, Barbara Sorrentino ha annunciato la fine dell’incontro e passato la parola a Fumagalli, che ha auspicato che l’argomento possa essere approfondito in seguito e ha espresso la speranza che il progetto per il reimpiego dello stabile confiscato di Carugo si possa concludere positivamente.

Il ciclo 4 colpi alla ‘Ndrangheta si chiuderà giovedì 27 ottobre alle 21 a Inverigo con l’incontro al Teatro Santa Maria, che ospiterà il magistrato Walter Mapelli per un dibattito sulla mafia in Brianza. [P.C., ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2016 da in antimafia con tag , , , .

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