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Miniartextil 2016/ Tessere i sogni (anche dei migranti)

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L’opera è piccola (un “minitessile” appunto), ma è proprio la prima che si incontra e che si vede se lo sguardo non viene subito attirato dalle grandi installazioni di Miniartextil 2016, nell’ex chiesa di San Francesco.

To weave dreams (tessere sogni) si intitola questa ventiseiesima edizione. E di sogni da tessere devono averne molti quei piccoli personaggi messi in scena dall’opera che ha attirato la mia attenzione. In transito è il titolo, ma il gruppo di persone raffigurato non è di viaggiatori qualunque: anche nelle dimensioni minime è evidente che si ha a che fare con i problemi della contemporaneità. Come chiamarle dunque? Esuli, profughi, migranti?

So bene che questa miniopera, firmata dal polacco Maciej Mesznik, è un dettaglio nell’esposizione – complessivamente interessante, stimolante e anche divertente – di quest’anno, ma mi piace partire da qui perché serve a cogliere il senso (o almeno un senso) del fare arte oggi, che non può che significare non chiudere le porte al mondo, e provare a raccontarlo, con gli strumenti tipici del proprio operare. E inoltre ricordare quello che è successo e continua a succedere poco lontano da queste opere artistiche, anche a Como. E del resto partecipare a un’esposizione come questa significa anche perdersi nei dettagli, provare a guardare oltre le prime impressioni. Non è fuori luogo ricordare, appunto, che la mostra, ormai affermata a livello europeo, nasce proprio dalle opere più piccole, che vanno osservate con attenzione (54 quest’anno, 2 premiate: Do not steal my dreams dell’artista lettone Biruté Kaupaité Dominaité e En silencio dell’artista spagnola Maria Munoz Torregrosa).

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Poi, è ovvio, l’esposizione offre anche opere di ben altra dimensione. A far bella mostra è, quest’anno, la grande installazione Tape, del collettivo artistico Numen/For use, sospesa a mezz’aria nella navata e realizzata con oltre 25 kilometri di plastica aderente (non propriamente nastro adesivo, ma quella pellicola che si usa oggi negli imballaggi per “tenere insieme” le cose); l’installazione – contrariamente al solito – si può toccare (così ci si accorge che il “nastro” non è adesivo) e persino eccezionalmente percorrere, entrandoci da un buco attraverso una scaletta (all’inaugurazione questa opportunità è stata la gioia di molti bambini e bambine, ma anche di parecchi adulti…).

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Alla volta del presbiterio è appesa l’opera dell’artista americana Janet Echelmann, una specie di proiezione spaziale di quelle mappe altimetriche a cui ci hanno abituato l’informatica e l’immagine digitale, qui ribaltata a suggerire ulteriori profondità e illuminata con colori fosforescenti variabili per aggiungere alle tre dimensioni almeno una quarta e fors’anche una quinta…

Tra le grandi installazioni merita una immediata citazione anche quella allestita a villa Bernasconi di Cernobbio, seconda sede della mostra, realizzata dall’artista statunitense Crystal Wagner: una specie di concrezione vegetale multicolore che si arrampica sulla e nella scala della villa floreale progettata nel 1905 da Adolfo Campanini. Un aggiornamento stupefacente delle evocazioni naturalistiche dell’Art Nouveau, che credo non sarebbe spiaciuta anche agli esponenti del clima culturale di inizio Novecento.

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All’inaugurazione nell’ex chiesa di San Francesco non ha mancato di attirare l’attenzione la criptica performance di Thomas De Falco intitolatata We (“noi”, secondo la traduzione più ovvia, sempre che non si tratti di un acronimo o di qualche alta diavoleria): tre persone (due femmine e un maschio) avviluppate e “collegate” tra loro da filamenti di wrapping in movimento con una progressione quasi impercettibile che avrebbero dovuto – alla fine – dar luogo a un unico “blocco” scultoreo); credo che nessuno ne abbia visto la conclusione, ma la suggestione dell’allestimento ha attirato molte persone e ancor più scatti fotografici.

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Comunque tutte le installazioni delle cappelle laterali, nelle loro diversità, anche antitetiche, hanno attirato l’attenzione del pubblico dell’inaugurazione, da quelle più digitali a quelle più fotografiche, da quelle più performanti a quelle più statiche.

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Anche quest’anno, dunque, come già in passato, Miniartextil si conferma una mostra molto particolare, ma capace di andare incontro a gusti e atteggiamenti molto differenti.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 2 ottobre 2016 da in arte, como con tag .

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