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Migranti. E ora? La bella Como si interroga sul futuro

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pjimage-11Probabilmente ci sbagliavamo, quando nel corso dell’estate affermavamo a più riprese che Como, nell’affrontare una presenza di migranti sempre più vasta, stava mostrando il suo volto migliore. Nella raccolta delle nostre cronache da e sul microcosmo delle nuove migrazioni che interessavano questa città, raccolte nella bellezza di 258 pagine che vi invitiamo a leggere e a guardare, avremmo dovuto far riferimento a tanti – e tutti splendidi – volti.

migranti-e-ora-severino-cfNel venire incontro ai migranti in arrivo in città, la bella Como si è subito mostrata laboriosa e coesa, seppur con qualche inevitabile momento di tensione nelle fasi particolarmente delicate, come nella fase di transizione dall’accampamento presso la stazione San Giovanni al Centro di accoglienza di via Regina Teodolinda, aperto lo scorso 19 settembre per ospitare fino a 300 migranti. Per la risposta a una cosiddetta “emergenza” sfumata in una situazione di durata e portata indefinibili, Como è stata spesso portata come esempio positivo di cooperazione umanitaria, perlomeno prima dell’apertura del campo.
migranti-e-ora-oliavia-piro-cfNon sarebbe però onesto non rendere atto della varietà delle centinaia di persone che hanno offerto il proprio contributo nel dare assistenza ai migranti a Como, in forma organizzata o indipendente, ciascuna secondo le proprie capacità. Commetteremmo un grave torto nell’omettere coloro che, senza prestare volontariato sul campo o coprire mediaticamente gli sviluppi, hanno comunque mostrato segni di interesse e partecipazione, o hanno offerto un contributo di carattere essenzialmente “politico”.
Certo, non tutte queste persone erano presenti all’incontro organizzato da ecoinformazioni alla sede Cna (viale Innocenzo XI)  per condividere impressioni e aspettative all’indomani dell’apertura del “campo”, né sarebbe stato fisicamente possibile fare spazio a tutti: un centinaio di loro è bastato a riempire la sala, e a offrire uno spaccato della bella diversità che anima la bella Como. La nostra redazione non può che esserne grata e soddisfatta: dalla serata sono emerse molte idee, alcune risposte, e soprattutto parecchi, interessanti spunti di riflessione.

Già il nome scelto per l’evento, Migranti. E ora?, intendeva incalzare quante più voci possibili a esprimere le proprie idee su questa nuova fase. Finché è durata la stagione estiva, è stato relativamente agevole organizzare e praticare l’assistenza ai migranti in transito (o in  arrivo). Ma con il rientro al lavoro o agli studi e l’apertura di una struttura che più di una persona in sala ha definito “istituzione totale”, parafrasando il sociologo Erving Goffman, questo dialogo tra le parti subisce, inevitabilmente, delle trasformazioni.
Dal campo non si entra né si esce in piena libertà: gli ospiti sono muniti di un badge e devono rispettare il coprifuoco, libere visite dall’esterno sono pressoché fuori discussione per la maggior parte degli individui e delle associazioni persino per gli eltti in Consiglio comunale. Certo, la dicitura di “istituzione totale” è vera soltanto in parte (si perdoni il paradosso), poiché i contatti con l’esterno non sono completamente recisi, né l’internamento è coatto; rimangono però non trascurabili disfunzioni  (nel centro sono ospitati dei minori, quando ciò non dovrebbe accadere; la densità abitativa dei container rasenta l’insostenibile) e l’ancora insufficiente trasparenza delle dinamiche interne alla struttura, sia nei confronti degli osservatori esterni, sia soprattutto verso chi nel campo ci vive, o perlomeno ci sopravvive (la parola “vita” ha una connotazione più ampia e complessa della mera esistenza biologica). Da un punto di vista strettamente pragmatico, una struttura di accoglienza pure provvisoria potrebbe consentire una mappatura più precisa del fenomeno migratorio in atto – chi parte, chi resta, chi viene espulso o domanda asilo, e perché – , ma questo, è evidente, non basta a compensare le carenze dell’intero sistema di accoglienza, che vanno soprattutto a scapito dei minori, per i quali le strutture preposte sono ormai quantitativamente insufficienti.

migranti-eorapubblico-cfCerto, quando le strutture e i servizi di accoglienza non bastano, possono farsi avanti i volontari, e questo è un concetto arcinoto alla maggior parte dei presenti all’incontro. Alle poche strutture a disposizione dei migranti minori, per esempio, si potrebbe rispondere ospitandone uno (o più) in casa, secondo disponibilità. I risultati potrebbero essere positivi per entrambe le parti, poiché i minorenni presi in carico dalle famiglie uscirebbero dalla condizione di esclusione sofferta dalla maggior parte dei migranti “non autorizzati”. Benché il volontariato non dovrebbe in alcun modo sostituirsi all’intervento istituzionale, bensì integrarlo (per quanto efficacemente), le lamentele hanno ben poco impatto sullo stato delle cose se non accompagnate da interventi, da cui l’impegno a mantenere e perfezionare l’assistenza ai migranti, erogata da persone sempre più competenti nella specifica materia (si tratti di giurisdizione, esigenze medico-sanitarie o psicologiche, mediazione linguistico-culturale). Ora più che mai, diventa essenziale garantire condizioni di vita che non siano “minime” e avulse dalla società, o tutti i bei discorsi sull’integrazione perderebbero subito di significato. Del resto, anche giovedì sera si stava parlando dei migranti senza che nessuno di loro fosse presente in sala; inoltre, le migrazioni a Como erano già un fatto prima che si verificasse quella che è stata definita, forse impropriamente, una emergenza umanitaria, sia perché era tutto sommato prevedibile “qui e ora”, sia perché la sua continuità temporale contrasta semanticamente con il concetto stesso di “emergenza”.

Questa è una delle contraddizioni in termini evidenziata da Fabio Cani, codirettore di ecoinformazioni, relativamente alla narrativa delle migrazioni, che riempie spesso le bocche di “parole magiche”. Spesso e volentieri si fa riferimento all'” accoglienza”, senza preoccuparsi di garantire il riconoscimento dell’altro come nostro pari. Le parole e le distinzioni sono importanti, anche (soprattutto?) quando se ne abusa, come nel caso della stantia distinzione tra rifugiati, richiedenti asilo e migranti economici, come a sottintendere che gli uni siano più meritevoli di protezione degli altri e che condizioni di vita estremamente critiche non siano di per sé sufficienti a giustificare la ricerca di migliori prospettive.
Analogamente, “carità” e “legalità” assumono una valenza selettiva quando dovrebbero rivolgersi a tutti e a tutte, indistintamente.  “Legalità”, peraltro, è un termine più moralmente ambiguo rispetto a “giustizia”: ma se le leggi vigenti non garantiscono una gestione umanamente sostenibile della situazione migratoria – nella fattispecie-, allora sarà giusto insistere per una revisione delle stesse, come affermato da Celeste Grossi, Arci Como e consigliera Paco-Sel al comune di Como.

migranti-e-ora-infopoint-cfPerché al tema dell’accoglienza (e dell’integrazione) è inevitabilmente legato quello della mobilità, sempre più difficoltosa in un continente che si aggrappa al modello schengeniano della “Fortezza Europa”, se non addirittura alla sovranità dello Stato come intesa dalla pace di Westfalia (1648 d.C.). Non è più un mistero – se mai lo è stato –  che la maggior parte dei migranti considera l’Italia come una tappa, piuttosto che come una destinazione finale, eppure molti di loro sono costretti a rivedere i propri piani a fronte di una chiusura quasi completa del confine svizzero (al di là del quale Lisa Bosia Mirra, come riferito da Luciana Carnevale, porge i suoi saluti ai presenti).
Comunque, la chiusura dei confini non è un deterrente molto efficace quando le ragioni per migrare prevalgono sulla motivazione a rimanere fermi, e i migranti a Como hanno ripetutamente insistito per un’apertura della frontiera elvetica, per poter raggiungere altri paesi europei più a nord. Che siano relativamente in pochi ad optare per la richiesta d’asilo allo Stato italiano è un dato rivelatore della loro motivazione a proseguire il proprio viaggio, e della loro distanza dall’immagine di passive vittime del sistema che viene loro associata, sia pure “in buona fede”. Che si continui a insistere su soluzioni di tipo isolante, statico, “cosificante”, rispetto a modelli integrativi, dinamici e parificatori, rivela che, al di là della “bella società”, c’è ancora chi si sente al sicuro solo in presenza di una barriera reale o virtuale. È probabilmente anche su queste persone che si dovrebbe intervenire, mettendo a nudo le contraddizioni e le degenerazioni di un troppo esasperato stato di sorveglianza, che comprendono i frequenti abusi di potere nei confronti dei migranti: comportamenti di cui alcuni sanno, ma ancora quasi nessuno parla. [Alida Franchi, ecoinformazioni] [Foto Alida franchi, ecoinformazioni e Claudio Fontana per ecoinformazioni]  [Video di Pietro Caresana, ecoinformazioni].

 

 

 

 

Informazioni su Alida Franchi

classe 1990, di Como, non sempre "a" Como. Mi interesso di arti e politica internazionale. Scrivo, fotografo e disegno.

Un commento su “Migranti. E ora? La bella Como si interroga sul futuro

  1. ecoinformazioni
    30 settembre 2016

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 settembre 2016 da in immigrazione, Senza Categoria con tag , .

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