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Chiara Bedetti: aiutarli a costruire il loro futuro

chiara bedettiLeggo in questi giorni, in queste ore molte lettere e post sul campo, sullo sgombero, sull’accoglienza, sulla mensa e sul dopo mensa. Ognuno racconta un tassello di questo complesso puzzle e porta con sé un frammento del vissuto di chi scrive. Ne riceviamo un’impressione di umanità e solidarietà che scalda il cuore, ma che non aiuta a mantenere quella lucidità di pensiero e di azione che oggi è fondamentale.

Che i container siano piccoli, brutti e tristi (per di più posizionati di fianco ad un cimitero, il che li assimila a dei loculi) è innegabile. Se poi li si confronta con l’allegro e colorato disordine del parco della Stazione, più simile ad un campeggio che ad un accampamento abusivo, la realtà dell’oggi appare ancora più grigia. Non dobbiamo però dimenticare che si tratta di uno spazio di attesa che deve essere temporanea e finalizzata ad inserire chi potrà e vorrà in un percorso di accoglienza legale e strutturato. Questo è il primo punto da tenere sotto controllo. Il campo come luogo di passaggio e di accompagnamento verso altre scelte di vita. Un campo in cui è già prevista la possibilità di entrare per i volontari. Questa apertura è un grande successo, tutt’altro che scontato. Sfruttiamolo per mantenere un legame con i ragazzi e un occhio vigile sulla situazione, ma senza pregiudizi. Il campo deve avere delle regole, degli orari. Cerchiamo di capire quali sono i punti più critici e se ci sono margini per correggerli. E chi è fuori dal campo? Questo è un grosso problema che non può essere lasciato al buon cuore di don Giusto e dei volontari che lo affiancano e sostengono. Anche in questo caso vale la pena darsi un paio di settimane di osservazione e poi fare il punto sulle criticità del sistema è fare proposte. Altro punto essenziale sono le attività da fare durante il giorno. Il campo è piccolo e non ci sono spazi per l’animazione. Questo rende ancora più importante individuare un luogo dove poter fare aggregazione e pensare a delle attività da proporre. In conclusione mi sento di dire che lo sgombero della stazione è stato triste, ma non certo drammatico (come avrebbe potuto essere), che il campo è brutto e triste ma non è un carcere, che la mobilitazione della cittadinanza verso un’accoglienza spontanea è stata fondamentale per arrivare a questo punto con queste condizioni – anche grazie ad un costante confronto con le istituzioni – ma che ora il nostro impegno deve assumere altre forme, ancora più importanti. La mensa è stata un’esperienza umana straordinaria che ognuno di noi porterà nel cuore. Oggi, più forti e consapevoli anche grazie a questa esperienza, dobbiamo guardare avanti e continuare il nostro impegno per aiutare queste persone a costruire il loro futuro. Nel campo o fuori dal campo. E dopo il campo nelle forme e nei luoghi che oggi magari non riusciamo neppure ad immaginare. [Chiara Bedetti]

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28 settembre 2016 da in immigrazione con tag .

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