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La città delle meraviglie/ una riflessione in margine a leghismi, sgomberi e carità

«Ditemi se Como non è la città delle meraviglie?» direbbe un famoso comico genovese. La battuta mi serve solo per areare l’atmosfera, c’è odore di chiuso in queste parole rimaste per troppo tempo in gola. Mi concederò di urlare contro quelli della mia parte, sapendo che nessuno chiamerà la polizia, in questa piazza che è ecoinformazioni dove si incontrano liberamente pensare globale e agire locale; perché so che è il passaggio fondamentale per stemperare e abbracciarsi a fine giornata, quando scende la sera.

Perché credo che le discussioni animate e complesse tra di noi siano la miglior risposta al demagogo del momento, siano la miglior difesa per respingere il capo dei barbari con il foulard verde, per lasciarlo solo a parlare a un manipolo di celti e longobardi. So che non sarò un folle che sbraita da solo, che sarà un dialogo mosso da più voci, da più passioni; che l’imbrunire ci coglierà intenti a ridere, a offrirci a turno il giro di birra successivo.

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È l’ennesima estate che passo a parlare di una lotta lontana toccata con mano, che avrebbe qualcosa da insegnarci. Si radunano platee meravigliose, ma che non ascoltano fino in fondo, o così mi pare. Perché c’è sempre qualche intervento dal pubblico sullo stampo di: “Poveri cristi! Perché qualcuno vorrebbe tornare a vivere là? Forse è qualche strano esperimento sociale, irrequieta voglia di avventura…». Dopo ore di discorsi vince in me lo smarrimento, ma rivivendo il tutto nella mente batto i pugni sul tavolo: «No! Forse è perché sono José il professore, Livaque il membro della giustizia contadina, Milton il sindaco attivista; forse è perché se abbiamo il buon gusto di presentarci possiamo solo stare in silenzio e imparare, prendere appunti delle loro parole, che sono poi azioni». L’avrete notato, il ragazzo di colore con la maglia del Napoli. Si chiama Sami, dicono che ora sia in Germania. Sembra che il fato abbia mosso la mano del tifoso partenopeo, che ha regalato la sua maglia per una causa più grande, che è finita addosso a un migrante. Il tutto perché non ci si scordi di lui, come si fa con altre mille storie. La mia prima sera in mensa a Sant’Eusebio, dopo che la struttura aveva aperto da una settimana, ci fu una rissa. Tra i nostri tentativi di calmare gli animi, due uomini discutevano animatamente in disparte. Mi avvicinai blaterando frasi in un inglese indegno, mi rispose lui: «Lasciaci risolvere, poi parleremo alle nostre comunità». Non so cosa si siano detti, ma il risultato fu una fila ordinata e un clima di calma. Sami, da quella sera fino a quando è rimasto con noi, divenne il volontario più importante. Non solo, ma in una lettera aperta alla cittadinanza si è fatto portavoce delle fatiche, delle aspirazioni dei suoi di diventare uomini che si autodeterminano in Europa; in una riunione ringraziava Como e la sua gente per l’aiuto, ma faceva capire che questa assistenza per loro doveva rimanere un passaggio da superare. Tutto questo un mese fa.

Ora, quanto è andato avanti il dibattito da allora? Se è possibile, è regredito. Attenzione, la tentazione è quella di mettere in conflitto due fasi differenti sostenendo la preponderanza rispetto all’altra. Rispondere subito e in maniera massiccia al resto del mondo che bussa alle porte del Lario era fondamentale, ma ora li abbiamo conosciuti, diamine. Ora sappiamo per certo che non sono dei poveri cristi, che sono anche ragazzi di sedici anni che sanno sei lingue (tre in più di me), oppure che sono Sami. Con naturalezza un mese fa si sono autodeterminati degli uomini politici, tra le comunità migranti, che si sono fatti portavoce delle necessità che a tanti di loro rimanevano sulla punta della lingua, ed è stato giusto e naturale così. Quanto tempo possiamo andare avanti e ignorarlo? E non lo dico solo come elementare forma di rispetto verso i ragazzi che stanno tentando di attraversare il nostro continente, lo dico anche per noi. L’età dell’oro delle buone volontà comasche è stata inebriante, ma nessuno nell’epoca classica avrebbe mai tentato di dilatarla per così tanto tempo, cosciente delle distorsioni che ne sarebbero derivate. A testimonianza di questo ci sono le tante defezioni all’interno di queste realtà solidali di massa: serve una seconda fase, forse più sporca e conflittuale, ma altrettanto necessaria. La meravigliosa anarchia umanitaria di fine luglio-agosto può diventare una di quelle utopie pericolosamente distaccate dal reale. C’è una tremenda necessita di pensare globale, ce lo ha detto un mese fa quel ragazzo di colore con la maglia del Napoli.

Non risponderò a chi a questo punto avrà avuto l’impulso di appallottolare questo articolo (il digitale mi salva sempre da simili gesti, per fortuna). Dirò invece che non mi basta la carità pelosa di chi fa due ore di volontariato una sera al mese, se poi di giorno non capisce il rischio di affamare, denigrare, ghettizzare questa gente. E se questo è politicizzare la questione migranti, la stiamo politicizzando eccome. Solo la politica potrà aprire le frontiere. Solo un popolo ben organizzato dal basso può essere un interfaccia credibile, per dialogare con uno stato e corpi di polizia con una rigida disciplina e senza il nostro sorriso. Credo che chi fa finta di non conoscere le esperienze di Ventimiglia, o anche solo chi gira il volto per non riconoscere il viso di un migrante, stia mentendo agli altri e a se stesso. Siamo capaci di esercizi di complessità ben diversi. A breve (probabilmente, anche se si spera sempre di no) si rischia qualche temporanea caduta di questo meraviglioso diritto al dialogo articolato, e sarebbe bene sfruttare ogni attimo restante.

Immaginatevi a questo punto un altro orizzonte: una capitale lontana, dall’altra parte del mondo per la precisione. Una megalopoli che si arrampica dal deserto fino a una scogliera sull’oceano pacifico. Ci sono grattacieli lussuosi; e la vista dalla terrazza del tramonto che annega nell’acqua salata viene spartita con le favelas che sorgono sulle colline sabbiose. Uno studio dice come le realtà debbano essere complementari per garantire al meglio agli abitanti di quei grattacieli i loro privilegi, e come osservare la miseria degli ultimi, ma soprattutto immaginarseli ultimi, sia appagante tanto quanto la luce che sfuma sul mare. Sarebbe bello che tutto questo, in noi, durasse il tempo che ci impiega a scendere un ascensore, dal centesimo piano fino al piano a terra. Il tempo di scendere in piazza e discuterne. [Stefano Zanella, ecoinformazioni]

Un commento su “La città delle meraviglie/ una riflessione in margine a leghismi, sgomberi e carità

  1. ecoinformazioni
    16 settembre 2016

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 settembre 2016 da in Antirazzismo, immigrazione.

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