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Bread and roses per Ri-amare la politica/ Welcome refugees

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Bread and roses il 26 agosto  al Convegno della Rosa Bianca Ri-amare la politica a Terzolas (Tn). L’intervento di Celeste Grossi (che  non ha potuto partecipare per la morte della mamma avvenuta al mattino del 26 e ha fatto pervenire lo scritto tramite Grazia Villa) e il video di Arci-ecoinformazioni

Giusi Nicolini alla manifestazione milanese del 25 aprile ha pronunciato parole che hanno unito la festa della Liberazione al dramma dei migranti. “Tutto possiamo permetterci oggi tranne che il silenzio“ […] “Mentre ero sull’aereo ho pensato al legame tra l’isola piccola che salva la vita e la città grande e bella del sindaco Pisapia, la città che accoglie di più in Italia”. […] “Lampedusa in questi anni ha salvato la vita a 300 mila persone, tantissimo per una piccola isola di 5.800 abitanti, pochissimo per l’Europa che da anni grida all’invasione. Da sola Lampedusa li ha presi dal mare e gli ha dato il primo abbraccio. E’ la cosa più importante da fare se vogliamo che poi diventino cittadini”. […] “Questo è il momento in cui o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Il vero pericolo non sono i profughi, è questa Europa, la sopravvivenza stessa dell’Europa”. “La Resistenza oggi è necessaria, deve essere ancora più dura e deve guardare al Mediterraneo e all’Europa”.

Nel suo discorso di accettazione del Premio Simone de Beauvoir, il 9 gennaio scorso a Parigi, Giusi Nicolini ha criticato la politica migratoria europea: “anche negli ultimi, difficili mesi, l’Ue ha dimostrato grandissima ipocrisia, da un lato ha detto facciamo un piano di accoglienza per i migranti, stabilendo le quote come si fa per il latte, e poi non è stata nemmeno in grado di prenderseli…”

La sindaca di Lampedusa e Linosa ha dedicato il Premio “alle donne che sono arrivate violate. Ho l’intenzione di investirlo in un progetto concreto che possa salvare almeno alcune di loro dall’abisso della depressione e della disperazione

Abbiamo il dovere dell’accoglienza e quello di tradurre l’arrivo dei profughi in una risorsa piuttosto che in una minaccia.

Le guerre degli ultimi 26 anni hanno visto la partecipazione, la responsabilità o il sostegno di molti paesi europei, fra cui l’Italia sempre “pronta a fare la sua parte”, in disprezzo dell’articolo 11 della Costituzione.

Oggi insieme a voi voglio celebrare la forza, il coraggio e la perseveranza di 65 milioni di donne, uomini, bambine e bambini costretti da guerre, violenze, povertà, a lasciare le proprie case.

Nel Mediterraneo nei primi sei mesi del 2016 ci sono stati almeno 2.868 morti e dispersi. Nel Mare nostrum e ai confini di mezzo mondo si sta consumando una catastrofe umanitaria ad essa, con generosità, tante e tanti cercano di porre rimedio. Ma in Europa e anche in Italia, assieme alla costruzione di muri avanzano e si diffondono razzismo e xenofobia, alimentati irresponsabilmente da strumentalizzazioni politiche da parte di destre, occupate ad inasprire guerre tra poveri, e nutriti da un’informazione superficiale che contribuisce a costruire un clima emergenziale.

Ricordare le vittime del nostro egoismo e delle nostre paure e dare voce a chi non ha voce serve a richiamare le istituzioni locali e nazionali a riconoscere, anche formalmente, un fenomeno destinato ad accompagnarci per lungo tempo.

A Como da settembre 2015 hanno dormito alla stazione San Giovanni alcune decine di donne e uomini (un numero sempre crescente fino agli attuali 500). Il volontariato ha dato assistenza e conforto, noi con azioni politiche, anche in aula consiliare, abbiamo cercato di illuminare le loro vite, svelare ipocrisie, chiedere a voce alta un rendiconto puntuale e preciso di come vengono spesi i fondi che il Prefetto, per conto del governo, eroga a enti privati che si occupano della prima accoglienza. Abbiamo cercato di chiamare ciascuno, ciascuna, ad assunzione di impegno e responsabilità nel rispetto dei ruoli istituzionali ricoperti.

Il mio pensiero oggi va inevitabilmente a Como città messaggera di pace, ma va anche inevitabilmente e dolorosamente e dolorosamente a Jo Cox e a tutte le donne e gli uomini che come lei sono stati uccisi dal razzismo. La quarantunenne deputa laburista ai rifugiati siriani in Gran Bretagna aveva dedicato molta della sua attività politica, della sua passione e del suo tempo, drammaticamente e prematuramente interrotto, nello scorso a giugno, da un uomo di estrema destra che, per fragilità mentale, è stato facile preda di chi semina odio. Quell’odio, diffuso irresponsabilmente, rischia di distruggere definitivamente la possibilità del “vivere-insieme”. All’assassino, che prima di colpirla, ha urlato “prima di tutto la Gran Bretagna”, il marito di Jo ha risposto: “ora è il tempo di lottare contro l’odio che l’ha uccisa”.

L’idea di accoglienza di Jo Cox, non si concilia con quello che ogni giorno vediamo: avarizia al momento dell’accoglienza; cinismo nella chiusura delle frontiere, nei rimpatri forzati, nella classificazione arbitraria dei profughi, nell’istituzione di Hot Spot (addirittura galleggianti, come proposto dal Ministro Alfano); insensibilità alle richieste di modifica del Trattato di Dublino; violazione del diritto europeo alla protezione internazionale dei rifugiati e della Convenzione di Ginevra, come nel caso dell’accordo UE-Turchia. Queste scelte politiche sono costose e dannose. Il 70% del denaro impiegato dall’Unione europea per i profughi è destinato a misure dissuasive e respingimenti.

La nostra idea e la nostra utopia da concretizzare è dare diritti a tutte e tutti perché non possono esistere regole diverse a seconda del paese di nascita; dare a ciascun uomo, a ciascuna donna su questa terra il diritto di costruirsi un futuro migliore; garantire il diritto all’istruzione a ogni bambina, ogni bambino rifugiato, garantire il diritto a un posto sicuro in cui vivere a ciascun rifugiato; garantire il diritto al lavoro o ad acquisire nuove competenze. Garantire diritti umani costerebbe assai meno delle insensate misure approvate dall’Unione Europea. Costerebbe meno di quanto il governo italiano eroga a enti privati che si occupano della prima accoglienza..

I volontari di Ospiti in arrivo, un’associazione che a Udine ogni sera assiste gratuitamente i richiedenti asilo fuori accoglienza rinviati a giudizio, gli attivisti No borders che con fogli di via sono stati allontanati da Ventimiglia, i migranti fuori accoglienza sgomberati quotidianamente ai confini del nostro paese, la militarizzazione dei luoghi di transito, sono il sintomo di una gestione perennemente emergenziale che riduce il fenomeno migratorio ad una mera questione di ordine pubblico.

Noi che siamo qui non voglio vivere in un paese che considera la solidarietà un reato, nel disprezzo totale di quanto sancito dall’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Su una popolazione mondiale di 7 miliardi, 65 milioni di donne, uomini, bambini, bambine non possono vivere nella propria casa e ogni giorno, altre migliaia di persone sono costrette a fuggire, in cerca di un luogo per vivere degnamente. Dei 65 milioni di rifugiati riconosciuti, solo un milione vive in Europa (in Italia, secondo dati del Ministero dell’Interno, nel 2015 le richieste d’asilo sono state in tutto 83.970).

Dare diritti a tutte e tutti costerebbe certamente meno che sostenere il sistema militare-industriale. L’Unione Europea continua a incrementare le esportazioni di armi e sistemi militari e il Consiglio UE non agisce un controllo democratico. Infatti nel 2014 la principale zona geopolitica di esportazione per la UE è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di licenze). Questo vuol dire che la UE sta vendendo grandi quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. L’Italia è al quarto posto fra i paesi esportatori. Nel 2015 si è registrato il clamoroso incremento del 186% rispetto al 2014.

Questo è il momento per noi cittadine e cittadine del mondo di appellarci ai governi affinché lavorino insieme e agiscano per proteggere chi è costretto a lasciare la propria casa. Per far questo, l’UNHCR ha lanciato la petizione #WithRefugees che verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al Quartier Generale dell’ONU a New York il 19 Settembre 2016.

A fine maggio 2016, nel corso della conferenza conclusiva del G7 in Giappone, Matteo Renzi ha detto: “Parlare di emergenza migranti al momento è fuori luogo”. Al contrario Gian Luca Beruto dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario ha affermato: “Quello che stiamo vivendo a livello nazionale e locale, le problematiche legate ai flussi migratori che interessano anche i comuni di frontiera con cadenze sempre più frequenti; mi sembra evidente che non si possano più considerare ordinarie”. “A mio avviso si sta vivendo, da molto tempo ormai, uno stato di emergenza”.

Sarebbe opportuno e urgente ripensare, con strategia e lungimiranza, l’intero sistema di accoglienza a livello nazionale e a livello europeo. Tra gli Stati Europei esiste un accordo del 2015, per ricollocare nell’arco di due anni siriani iracheni ed eritrei che costituiscono la gran parte dei 160mila richiedenti asilo, approdati in Grecia, in Italia, in Ungheria. Ad oggi tali accordi non sono stati rispettati: solo lo 0.17% dei richiedenti asilo è stata ricollocata; 19 Paesi vincolati dall’accordo non hanno accolto nemmeno un richiedente asilo; la Francia ne ha accolti pochissimi.

Chi in questi giorni è accampato alla Stazione San Giovanni a Como non ha scelto la nostra città come destinazione finale di un viaggio verso pace e futuro, ma come transito verso la Germania, attraverso la Svizzera.

Impedire di varcare la frontiera è un comportamento che va contro il principio della libera circolazione delle persone, uno dei pilastri su cui si dovrebbe fondare l’Europa.

È evidente che le soluzioni politiche vanno cercate altrove e che non sono a portata di mano, ma anche noi amministratori di città di frontiere dobbiamo cercare una soluzione per il presente e il futuro prossimo di queste persone.

Esiste una difficoltà oggettiva alla quale la città non si è preparata per tempo

A mio avviso il modello che meglio funziona è quello già sperimentato in altre città italiane, Milano compresa, dove le istituzioni si pongono come facilitatori. Questo è il modo più efficace per contrastare “la vulgata corrente che siamo un paese allo sbando, dimostrando che questi problemi devono essere affrontati dalle istituzioni che la Costituzione (che difendiamo) prevede.

Non ci sono soluzione locali a un problema che è strutturale, ma dare sollievo momentaneo è utile prima di tutto a chi vive una condizione di grave disagio, ma anche agli operatori dell’ordine pubblico ad acquisire autorevolezza e umanità agli occhi di chi è spaventato e non comprende il senso di alcune regole che appaiono anche a molti italiani assurde e inconcepibili.

Inoltre c’è un aspetto secondario, ma importante: non mortificare il desiderio di chi in prima persona vuole contribuire ad affermare diritti e umanità. Per questo motivo è stata creata la rete Como senza frontiere, della quale fa parte anche l’Arci, l’associazione di cui sono Consigliera nazionale che di diritti migranti si occupa da circa 40 anni.

Altri soggetti e altre reti si sono affiancati alla Croce Rossa e alla Caritas coordinandosi e cercando di non sovrapporre gli interventi

Welcome refugee e buon lavoro a tutti e a ciascuno, a chi ha un ruolo istituzionale e a chi è una cittadina, un cittadino attivo. [Celeste Grossi] [Foto Isabella Bazzi per ecoinformazioni]

Il video sarà proiettato il 30 agosto in piazza Martinelli a Como alle 21 in apertura della serata che proporrà  Lamerica di Gianni Amelio e interventi di migranti rifugiati alla stazione San Giovanni di Como.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 agosto 2016 da in diritti, immigrazione, Pace, Politica, Senza Categoria con tag , , , , .

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