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Giuliana Sgrena/ La libertà non è il burkini

sgrena-01Giuliana Sgrena, che sarà a L’isola che c’è a Villa Guardia il 18 settembre alle 18 nello spazio Arci per presentare il suo libro Dio odia le donne, interviene nel dibattito sul burkini affermando che: «Non si combatte l’islamofobia sottolineando le differenze che alimentano l’identitarismo, ma al contrario eliminando tutte le discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano».

«Fino a 10 anni fa il burkini non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. Viaggiando nei paesi arabi e musulmani, trascorrendo vacanze anche sulle loro spiagge, mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia.

Dunque difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza. La sua introduzione nell’ambito del fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana e da grandi magazzini come Mark & Spencer e H&M, ha trovato spazio nei paesi del Golfo dove la donna bardata com’è non riesce nemmeno ad avvicinarsi all’acqua, figuriamoci a nuotare. Ma questa nuova «moda» fa parte di quel processo di reislamizzazione – di cui la Turchia è solo l’ultimo esempio – che vuole ricondurre la pratica religiosa al rigore e a un’ostentazione dell’appartenenza che penalizza soprattutto le donne.
A un’interpretazione fondamentalista dell’islam va ricondotto anche l’obbligo del velo che non è previsto dal Corano. E ora persino il burkini farebbe parte delle prescrizioni del Profeta! La decisione di vietare il burkini presa da alcuni comuni della Costa azzurra, Corsica, Catalogna e anche da un hotel ad Hammamet ha fatto gridare allo scandalo. Vietare il burkini – secondo i «benpensanti» – alimenterebbe l’islamofobia. È esattamente il contrario! Sottolineare le differenze alimenta l’identitarismo che provoca scontri e ha portato persino a delle guerre (esempio: ex-Jugoslavia). Difendere la dignità della donna garantendole la parità invece vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano. Vogliamo schierarci dalla parte dei fondamentalisti che considerano le donne impure e le obbligano a seguire i loro diktat o vogliamo sostenere quelle che lottano per liberarsi da una religione invasiva dello spazio pubblico e politico perché non ha ancora avviato un processo di secolarizzazione?
Sostenere la «libertà» di portare il burkini vuol dire riconoscere alla donna solo la possibilità di portare il velo (meglio se integrale) e di non potersi godere il piacere di un bagno nel mare. Continuando di questo passo invece di progredire ci troveremo anche noi con le piscine aperte solo ai maschi (già ora c’è chi ritiene che non basti il burkini perché quando la donna esce dall’acqua lascia intravedere le forme), gli autobus separati – dietro le donne e davanti i maschi – e con l’apartheid nelle scuole». [Giuliana Sgrena, Globalist.it]

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Un commento su “Giuliana Sgrena/ La libertà non è il burkini

  1. Giuseppe Corradi
    21 agosto 2016

    Brava Sgrena! Fra tanti articoli un po’ confusi e pieni di chiacchiere uno che sintetizza bene la questione e tutti i suoi punti critici.
    Ne vorrei aggiungere uno: i mussulmani maschi non si sognano di fare il bagno vestiti e usano slip come noi..mica sono scemi!
    Plateale quindi la discriminazione verso le donne: io mi permetto di fare quello che a te non è permesso.
    E’ la legge del più forte e prepotente, altro che religione.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 agosto 2016 da in diritti, immigrazione, libri con tag , , .

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