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Emergenza umanitaria/ Inizia una nuova, difficilissima, fase

tende san giovanni cfEssere onesti vuol dire, nel caso dell’emergenza umanitaria alla stazione San Giovanni, chiarire che non è possibile dare al problema una soluzione. Chi crede che se ci fosse lui a decidere in poco tempo risolverebbe la questione o è in malafede o è cretino. La soluzione infatti non può che essere la risoluzione delle ingiustizie planetarie, l’abbandono del liberismo assassino e delle guerre da esso generate e l’acquisizione di una nuova e reale consapevolezza che le persone sono più importanti delle merci che producono e consumano. Temiamo che per le soluzioni si dovrà quindi attendere un po’.

Fatta questa doverosa premessa si può dire che la giornata del 17 agosto sia stata una giornata positiva. L’annuncio dell’identificazione dell’area che ospiterà i “moduli abitativi” (container o prefabbricati), pur arrivato con un mese di ritardo sulla necessità e pur essendo appunto un annuncio che poi dovrà concretizzarsi entro il 15 settembre (si dice con un certo ottimismo), costituisce almeno il segnale che uno stato esiste e si attiva con risorse proprie senza imporre al volontariato e all’attivismo sociale e politico l’intero peso dell’accoglienza e della testimonianza della civiltà del territorio. Altro segnale positivo della giornata del 17 è l’intesa per uno spazio della Cgil a San Giovanni che sarà utilizzato da Il gabbiano, in collaborazione con altri soggetti che si sono detti disponibili, per iniziativa del Comune per l’indispensabile servizio di informazione sui diritti dei migranti, condizione indispensabile per gestire in modo legale e ragionevole la situazione senza finire per agevolare l’attività di passatori e mestatori che si avvantaggiano dall’ignoranza delle norme. È evidente che le norme sono ingiuste e che esse sono una parte del problema, non certo la soluzione. Ma chi pensa che spetti ai migranti il compito di fronteggiare gli stati per imporre norme più giuste è sicuramente in malafede e vede nei disperati carne da macello per i propri fini politici.

Tuttavia, gioito dei piccoli segnali positivi e ricordato quanto sia straordinaria la capacità della solidarietà di mille soggetti e persone, la rete Como senza frontiere (in essa un arcobaleno di realtà), i volontari uniti per la mensa di Sant’Eusebio, le altre istituzioni  della solidarietà italiana (Caritas e Cri in primis) e Svizzera (Firdaus e non solo) che hanno fatto molto di più che dare una mano, supplendo del tutto le istituzioni, è innegabile che la situazione è e continuerà a essere critica. Inutile negare che il clima tra le persone rifugiate a San Giovanni si va deteriorando. Non è pensabile, infatti, che una condizione così precaria possa essere stabile all’infinto sul piano emotivo e relazionare e che in questa situazione i malcapitati che dopo aver affrontato indicibili sofferenze nel loro viaggio verso la salvezza vengono respinti dal muro ticinese e dall’inerzia italiana siano bendisposti e fiduciosi verso le istituzioni. Certamente in questo contesto sarà difficilissimo – molto dipenderà da come sarà gestito il campo container di via Regina Teodolinda (ostello di libero accesso e uscita o carcere con controlli maniacali?) – convincere i migranti ad abbandonare il prato di San Giovanni che considerano una sorta di pensilina d’attesa dei treni della salvezza. Certamente alle forze dell’ordine che in questo primo difficilissimo mese hanno saputo con umanità e duttilità svolgere al meglio il proprio compito sarà richiesto uno sforzo e una capacità ancora maggiori per gestire la trasformazione che si vuole indurre al bivacco con l’eliminazione delle tende quando saranno pronti i container. Certamente chi vorrà dovrà pregare molto perché i giorni che mancano all’annunciata apertura settembrina dell’area container non siano piovosi. Se pioverà e non si sarà affrontato il problema né con l’allestimento nel parco di tende della Croce rossa e della Protezione civile, né con l’autorizzazione a dormire nella stazione inverosimilmente indisponibile, sarà un disastro del quale il governo sarà responsabile. Certamente i flussi non diminuiranno e c’è da augurarsi che anche il Consiglio comunale di Como si occupi della questione come ha già iniziato a fare in una riunione con chi c’era il 10 agosto. C’è da augurasi che, terminate le lunghissime ferie, il Consiglio comunale della città trovi interesse per i reali problemi del territorio e tralasciati i trastulli consueti si occupi di come realizzare strutture per i minori non accompagnati, di come impedire che il mostro del razzifascismo si alimenti anche da questa tragedia, si attivi per stimolare la cultura dell’accoglienza che come la realtà di San Giovanni ha già dimostrato grazie a Filippo Andreani e tante/ i altri/ e è costruita anche sulla musica, sui sorrisi, su attività nelle quali le comunità si includono a vicenda, si meticciano, ballano insieme, si comprendono. Tanto, troppo da fare, per una città che ha scoperto da poco di essere di frontiera e che da anni si appassiona quasi esclusivamente a bolle mediatiche, problemi che non esistono, come le esondazioni, le paratie e gli schienali della panchine.

Ecoinformazioni in questo mese ha lavorato senza sosta per fornire il massimo possibile di informazione indipendente e partecipata sull’emergenza e continuerà a farlo anche nella nuova fase che con enormi difficoltà inizia oggi. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni] [Foto Claudio Fontana per ecoinformazioni]

Un commento su “Emergenza umanitaria/ Inizia una nuova, difficilissima, fase

  1. ecoinformazioni
    18 agosto 2016

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 agosto 2016 da in immigrazione, Senza Categoria con tag .

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