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Como senza frontiere/ sabato 6 agosto: discussioni, analisi, proposte/ un resoconto

 

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Il pomeriggio di sabato 6 agosto è dedicato a Como, tra la stazione di San Giovanni e la parrocchia di Rebbio, a fare il punto della situazione attorno alla frontiera e alla ricerca di centinaia di persone di passarla per arrivare alle loro mete desiderate nel nord Europa.

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L’incontro è informale, nato dalla necessità di condividere informazioni ed esperienze non solo a livello locale; infatti sono coinvolte anche altre realtà – come il progetto Baobab di Roma, Accoglienza degna di Bologna, Cambio Passo e Naga di Milano, il progetto Melting Pot Europa –, mentre altre, che pure avevano inizialmente promesso di esserci – come Lampedusa e Ventimiglia – non sono riuscite a presenziare. Presenti ovviamente, con varie persone, anche più o meno tutte le associazioni, enti, raggruppamenti che a Como si sono attivate per collaborare alla gestione di questa vera e propria emergenza umanitaria; dalle istituzioni locali l’unica importante partecipazione è stata quella del sindaco Mario Lucini (oltre ovviamente al consigliere comunale Luigino Nessi).

L’incontro si è svolto su più binari. In primo luogo c’è stato lo sforzo di raccontare agli esponenti delle realtà fuori Como la situazione comasca, proprio perché altrove serve capire – con informazioni dirette e “non filtrate” – quella che è la situazione alla frontiera italo-svizzera: l’aumentare delle persone che giungono a Como nella speranza di varcare il confine è evidentemente alimentato da un passa-parola che non rispecchia del tutto la realtà…

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Reciprocamente, serve a tutte le realtà comasche impegnate in questi frangenti essere informate di quanto e come si opera in altre situazioni, di come si cerca di alleviare e “governare” altre emergenze (a Roma, nei pressi della stazione Termini, una strada è letteralmente occupata da chi non vuole allontanarsi dalla stazione). Serve capire anche quali sono i flussi reali, le dinamiche che corrono all’interno di questo mondo che solo uno sguardo superficiale può concepire come monolitico, animato solo dall’anelito a “risalire” l’Europa fino a trovare un ipotetico approdo al Nord.

C’è poi l’esigenza, per tutti, di fermarsi un attimo – solo un attimo – per riflettere sul punto a cui siamo, sulle richieste e sulle risposte delle istituzioni, sulle reali esigenze di questa comunità fluida, ma non meno reale, costretta a bivaccare a lato della scalinata che porta alla stazione. I servizi offerti dalla “società civile” faticano a stare al passo con le esigenze (la mensa all’oratorio di S. Eusebio ha distribuito negli ultimi giorni da 350 a 400 pasti serali, l’organizzazione svizzera Firdaus continua a garantire tra mille difficoltà il cibo a mezzogiorno; le docce sono troppo poche; il presidio sanitario – ripetutamente annunciato – è ancora di là da venire, mentre si paventano nuovi problemi sanitari; l’assistenza legale è ancora incerta). Di continuo si cita l’assenza della prefettura (quindi del governo) nel farsi carico di questa situazione. Il sindaco Mario Lucini non si sottrae alla richiesta di capire cosa fa e cosa può fare il Comune di Como: ricorda quindi gli interventi per assistere i minori non accompagnati – interventi cui le istituzioni locali, anche in mancanza di finanziamenti, sono obbligate –, e quelli per sostenere le situazioni più fragili, cita l’impegno per la gestione dei richiedenti asilo in Italia (non meno di 700 persone nel Comune di Como), riporta la linea ufficiale della prefettura che è quella che, poiché i profughi presenti in prossimità della frontiera per recarsi altrove si sono sottratti al “programma” che obbliga gli stranieri a fare richiesta di asilo nel primo paese di approdo, essi di fatto “non esistono” per le superiori autorità. A fronte di oggettive difficoltà, il Comune di Como è impegnato a fare tutto il possibile, ma dispera di riuscire a tenere testa a una simile situazione.

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Sulla fragile situazione dell’assistenza fornita dal mondo del volontariato locale pende la spada di Damocle di settembre, quando alcune delle strutture attualmente utilizzate per i servizi dovranno “necessariamente” tornare alle loro funzioni “normali”. Non è facile immaginare che cosa potrà succedere.

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Di grande rilievo l’intervento di due rappresentanti delle comunità di profughi presenti a Como, Sabil e Samuel. Le persone accampate alla stazione si stanno infatti dando una propria organizzazione, che si sforza di trovare un coordinamento tra le diverse realtà nazionali ed etniche, assai diversificate, presenti. Samil e Samuel rivendicano con estrema chiarezza il loro diritto a decidere il proprio progetto di vita, che è quello di raggiungere le loro famiglie, o – più generalmente – le loro comunità in altri paesi d’Europa; la loro richiesta non è quella di un generico sostegno, di una volontaristica assistenza, ma quella di un riconoscimento di un diritto preciso, a fronte della non sostenibilità della situazione nei loro paesi d’origini (per guerre, violenze, negazioni dei diritti umani, povertà). Chiariscono anche che è vero che molti di loro sono “usciti” dal programma ufficiale di assistenza, ma che quella firma e quelle impronte digitali sono state loro “estorte” con l’assenza di informazione sulle regole e sui diritti; la registrazione delle persone che arrivano in Europa e dovrebbero essere registrate in Italia avviene insomma in spregio della loro consapevolezza.

La comunità dei profughi attualmente presente a Como sta anche ragionando intorno alla possibilità di organizzare una manifestazione per rendere evidenti alla cittadinanza e alle istituzioni le loro richieste e i loro problemi.

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La seconda parte del pomeriggio si svolge nel salone della parrocchia di Rebbio, anche in segno di riconoscimento del grande lavoro che la locale parrocchia con don Giusto Della Valle sta facendo in questi mesi, ben prima delle ultime tragiche emergenze.

Qui si cerca di fare il punto della situazione e di elaborare delle proposte concrete. La sintesi non è facile, ma si può provare a riassumerla così: posto che il problema non è locale, ma che in questo momento la realtà di Como risulta particolarmente significativa, è importante riuscire a renderla evidente all’opinione pubblica e alle istituzioni a tutti i livelli. Il punto d’arrivo potrebbe essere all’inizio di settembre, in coincidenza con il Forum Ambrosetti di Villa d’Este (dove si ritrovano tutte le “potenze” mondiali a discutere sui destini del mondo e anche su tutto ciò che determina questi flussi migratori), l’organizzazione a Como di una manifestazione su questi temi, una manifestazione nazionale, o addirittura internazionale, che possa mettere al centro dell’attenzione la vera dimensione del problema, che – come è stato continuamente ripetuto – trascende il livello locale (cioè anche semplicemente la dimensione del confine italo-svizzero di Como-Chiasso).

Tale manifestazione dovrebbe essere indetta da tutte le realtà comasche e italiane ed avere al centro una serie di richieste: dall’esclusione di qualsiasi soluzione “forte” dei singoli problemi (come un paventato sgombero), all’apertura di un canale umanitario temporaneo e assistito per permettere lo spostamento in sicurezza di queste persone (esigenza che resta fondamentale anche dopo il loro arrivo sul suolo europeo), alla discussione di vere strategie europee per la gestione di questo problema epocale (sia le regole derivanti dall’accordo “Dublino 3”  che quelle del cosiddetto “Hot Spot Relocation” si stanno avviando, anche astraendo dalle sofferenze che provocano, al totale fallimento). La piattaforma della manifestazione e la sua stessa organizzazione saranno oggetto ovviamente di verifica e dibattito nei prossimi giorni.

Tutti d’accordo, del resto, che non si può aspettare il momento di settembre, ed è invece indispensabile continuare a mantenere alto il livello di attenzione. Quindi: sono allo studio iniziative per il 15 agosto (una festa alla mensa di S. Eusebio, magari con una coda di “presidio” alla prefettura) e altre occasioni di incontro per i giorni seguenti, come la proiezione in piazza di un film su queste tematiche (si è proposto Lamerica di Gianni Amelio, magari provando a coinvolgere il regista…).

Tutti d’accordo, anche, che non si può mollare nemmeno un momento sulla questione assistenza (serve tutto, servono soprattutto le persone attive) e anzi bisogna attivarsi per immaginare soluzioni alternative. Se, come ha detto nel suo intervento alla stazione il sindaco Mario Lucini, bisognerà trovare un luogo dove, forse, collocare, su iniziativa della prefettura, dei container che possano fungere da riparo un po’ meno precario che non gli alberi del giardino della stazione, allora bisogna farsi venire delle idee (la Caserma De Cristoforis, più volte evocata, è una di queste, ma la sua appartenenza al demanio militare è una condizione che complica di molte le cose dal punto di vista della burocrazia, che resta – troppo spesso – insormontabile). Così come bisogna fare in modo che alcune strutture teoricamente utilizzabili divengano concretamente operative (don Giusto ha ricordato che per l’accoglienza ai minori si potrebbe utilizzare il centro comunale di Tavernola, attualmente chiuso).

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Di cose da fare e di cose da pensare ce ne sono moltissime (e questo resoconto è, davvero, molto limitato), ma l’incontro di ieri ha messo in evidenza una determinazione e anche una consapevolezza che forse, a Como, non si vedevano da tempo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Presto on line – sul canale youtube di ecoinformazioni – tutti gli altri video di Pietro Caresana, ecoinformazioni, degli interventi.

2 commenti su “Como senza frontiere/ sabato 6 agosto: discussioni, analisi, proposte/ un resoconto

  1. Pingback: Video/ Emergenza umanitaria/ A Rebbio un pomeriggio di verifica e confronto nazionale |

  2. ecoinformazioni
    7 agosto 2016

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 agosto 2016 da in como, Società con tag , , .

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