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Senza politica non c’è nulla di lecito

cernezziI propugnatori della semplificazione avranno difficoltà, bollati i colpevoli di turno di ogni infamia, a identificare le alternative se non con la riemersone dei soliti noti salvatori della patria di ogni stagione e con la riesumazione di quel moderatismo comasco che non c’è.

La città è invece radicalmente conservatrice, fortemente reazionaria, in parte anacronisticamente razzista e maggioritariamente distante da scelte di innovazione sociale e culturale. In una narrazione del tutto arbitraria, si finirà per credere che i problemi derivino dall’azione della magistratura che pure necessariamente impiegherà anni a districare la matassa di questioni complesse e ovviamente dovrà mettere da parte velocità e nettezza di giudizio (viceversa invocate dai più in impeti di retrivo giustizialismo). Oppure, e qui si sfiorerà la farsa, si suggerirà che a dare la spallata definitiva all’esperienza di centrosinistra comasco sarà stata la campagna postale del principale giornale, certamente efficace per la promozione delle vendite, ma ininfluente nel determinare variazioni politiche anche perché fondata sul presupposto che l’unico problema presente agli abitanti della città sia il mancato completamento del cantiere della paratie. In realtà, tale tema appassiona una piccola nicchia abitata da persone dalla voce molto potente, mentre la città reale ha ben altri problemi, ansie e paure: non si rivolta nel sonno né pensando ai più di 3.000 giorni senza paratie in funzione, né alla mancanza degli schienali delle panchine di piazza Volta. Giova ricordare a questo proposito che non per questo la città ha perso il suo lago, e che il cantiere, pur devastante sul piano economico e ingombrante e fastidioso alla vista, non ha avuto effetti annichilenti sull’attrattiva turistica di Como (comunque crescente negli ultimi anni) o sulla fruibilità delle sponde da parte dei cittadini. Tutti, sicuramente, preferirebbero che il cantiere non fosse mai stato iniziato, ma trovano ugualmente modo di vedere il Lario. Il problema del turismo a Como non è quello di ingombrare la veduta, altrimenti il monumento di Libenskind non avrebbe dovuto trovare collocazione proprio sulla diga foranea.

La crisi del centrosinistra è molto più profonda. L’esperienza di Lucini – che a noi, a dispetto delle critiche che con continuità e durezza gli abbiamo sempre rivolto, sembrava e sembra una persona per bene (nel senso esplicito della parola) – dimostra che l’idea su cui si è fondata la sua azione di governo e su cui persino erano state costruite le liste che ne hanno permesso la vittoria elettorale era fuori della realtà. Quell’idea può essere riassunta nel concetto arcaico che per far bene sono necessarie persone scevre dalle idee generali, dalle ideologie, dalla percezione del contesto, cioè che si debba guardare solo a via Prudenziana evitando di portare attenzione anche alla Bastiglia, a San Pietroburgo, alle piantagioni di cotone e al Caucaso. Quanto fosse debole e inadeguato il centro sinistra comasco si era già evidenziato nell’irrilevanza politica degli stessi nomi delle liste civiche che lo hanno appoggiato, non diversi peraltro da quelli che gli si opponevano. Così, ubbidendo a un’idea dei terribili anni ’80­ – unire tutte le persone di buona volontà (se necessario anche guardie e ladri insieme) – si è praticata la via fallimentare del voler far bene senza alcuna attenzione al contesto, ai conflitti sociali e a temi quali lavoro, povertà, giustizia sociale, giustizia fiscale, quasi che essi non fossero pertinenti alla politica di un comune e come se esistesse un bene per antonomasia indiscutibilmente positivo per l’intera città.

È dunque prevalsa l’idea dei cosiddetti “assessori tecnici” (ma ovviamente nessuno di loro è acefalo e perciò conserva una propria visione politica, solo che non è quella a determinare la scelta e quindi non viene esplicitata) e della loro “appartenenza al sindaco”, il quale dalla legge deriva il diritto a sceglierli in autonomia (cioè con l’intelligente autonomia di valutarne meriti, capacità e possibilità di esprimere progetto politico corrispondente a quello presentato agli elettori e sostenuto dalla coalizione) ma non il diritto di liberarli da ogni legame  politico con il sistema della rappresentanza che li ha posti al governo. Così si è realizzato il disastro di un Consiglio comunale completamente privo di potere politico, nel quale ogni intervento non preventivamente omologato è stato ritenuto ostacolo – e persino mancanza di rispetto – all’azione della giunta e del sindaco. Così la partecipazione è stata intesa come semplice comunicazione alla città di ciò che la Giunta aveva deciso, mettendo da parte ogni ipotesi di vera partecipazione, che pure aveva trovato spazio nel programma scelto dagli elettori. Ne è derivata la scelta, da parte di buona parte della maggioranza, di non partecipare al dibattito politico nel Consiglio comunale, abbandonandolo sostanzialmente alle farneticazioni razziste della lega e alle polemiche con le opposizioni, riducendo il ruolo delle persone elette in Consiglio a pedine senza voce, negando alla città la possibilità di comprenderne il ruolo politico. Ciò ha contribuito alle tante dimissioni di persone di valore, a partire da Franco Fragolino, a disagio in un contesto così imbarazzante nel quale il Consiglio era visto come braccio della Giunta e non viceversa.

Da questa dissennata idea d’altri tempi dell’“amministrare apolitico” è derivata la scelta di rinunciare all’indispensabile rinnovamento e razionalizzazione degli incarichi dei tecnici comunali, che avrebbe aiutato ad attuare il programma e contemporaneamente avrebbe sancito, nel rispetto della legge, i rispettivi ruoli dei dirigenti e degli eletti. Allo stesso modo, le commissioni comunali non hanno potuto essere sedi di elaborazione di idee utili da sottoporre al Consiglio in modo che potessero diventare indicazioni politiche per la Giunta e si sono ridotte a luoghi dove le decisioni già prese in Giunta dovevano semplicemente essere confermate, con le forze della maggioranza sempre compattamente favorevoli, pena la scomunica di ogni dissenso interno. In questo incredibile contesto la macchina comunale ha sostituito la politica, i funzionari sono diventati protagonisti e decisori e hanno di fatto gestito anche la maggior parte delle risorse.

Il tema quindi non è se e quanta corruzione ci sia stata, né quanti errori per incapacità tecnica e quanti interessati errori abbiano commesso i dirigenti. La colpa del centrosinistra è aver rinunciato a mantenere l’indispensabile centralità alla politica, al confronto delle idee nella coalizione e nel dibattito con le opposizioni, all’attuazione prioritaria del programma.

Oggi, per persone di specchiata onestà come Mario Lucini, essere alla mercé delle intercettazioni e delle deposizioni dei dirigenti, che hanno diretto sicuramente troppo e troppo a lungo, senza che la politica li guidasse e indirizzasse con la giusta energia, è il doloroso contrappasso per aver tentato di escludere la politica, pubblica, trasparente, con i suoi fecondi conflitti e con la sua capacità di indicare priorità, accontentandosi di completare a caro prezzo ciò che era stato colpevolmente deciso da altri, fuori da Palazzo Cernezzi. Purtroppo. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

Un commento su “Senza politica non c’è nulla di lecito

  1. fous littéraires
    6 giugno 2016

    il problema del centrosinistra : fra i suoi ranghi ci sono persone che non ragionano affatto a sinistra ; si dichiarano di sinistra e fanno cose di destra ; abbiamo visto sindacalisti con le cartoline ( in due delle quali si vede il logo automobilistico ) (( via della Bastiglia e’ una delle piu’ belle vie di Como, a cominciare dal nome ))

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Questa voce è stata pubblicata il 5 giugno 2016 da in Politica con tag .

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